29/07/2012

Il lavoro ben fatto

Scusate, voi che libri scrivete? Sono da poco passate le 8, pm of course, e un venticello ingannatore mi accompagna verso casa, al Petraio, questa incantevole scalinata napoletana che dal corso Vittorio Emanuele mena a San Martino. Anche se solo di vista, l'uomo che mi cammina di fianco lo conosco, quando abiti sulle scale viene più facile incontrarsi, fermarsi a prendere fiato, fare quattro chiacchiere, aiutarsi con le buste della spesa, fare insomma quelle piccole cose umane che quando sei per strada, tra un semaforo che lampeggia e un'automobile che strombazza, neanche ci pensi.
Racconto storie di lavoro - rispondo-, storie di persone che amano fare bene il loro lavoro,  che trovano soddisfazione e danno più senso alle loro vite facendo bene quello che fanno, indipendentemente da quello che fanno.
L'uomo che mi cammina di fianco si ferma, - mi fermo -, mi guarda, - lo guardo -, poi mi dice: "ah, e qual è la casa editrice che li pubblica i vostri libri, Urania?". Pentito, bofonchia qualcosa che assomiglia a "per carità, il tema è molto bello, ma non vede quanti problemi ci sono in giro, non si sente un pò fuori dal mondo?".
L'ho detto a lui e mi piace raccontarlo anche a voi, non mi sento affatto fuori dal mondo, non ho deciso di mettere la testa sotto la sabbia, ce ne vorrebbe tanta, troppa, per non accorgersi che oggi la parola "lavoro" fa rima molto più con precarietà, insicurezza, sacrifici, perdita, piuttosto che con soddisfazione, rispetto, consapevolezza, sicurezza.
Sono un uomo che la testa cerca di tenerla al proprio posto, cioè sulle spalle, come auspicava Totò, soltanto che ho deciso che vale la pena raccontare il lavoro anche da un altro punto di vista, e che vale la pena farlo qui, ora. Sì, mi piace raccontare l'approccio dell'artigiano, quello che ti fa provare soddisfazione nel fare bene una cosa “a prescindere”, qualunque essa sia, pulire una strada, progettare un centro direzionale, scrivere l'enciclopedia del dna, cucinare la pasta e fagioli. Sì, sono un uomo in cerca di una cultura, di una vocazione, di quella “cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo”, come diceva Josephine Baker. Sì, il lavoro che cerco non non è il lavoro “in sé”, è il lavoro “per sé”.
Esiste questo lavoro di cui parlo io?
Certo che si. Provate a leggere le storie che Alessio, Cinzia, Gennaro, Costantino, Colette, Walter, Roberta, Maria e tante/i altre/i stanno pubblicando su Timu e ne avrete una piccola grande testimonianza.
Vale la pena raccontarlo?
Certo che sì. Perché, come scrive su Ahref John Lloyd (The Guardian), c'è una parte enorme del mondo del lavoro che non viene descritto adeguatamente. E perché ancora meno si parla di come il racconto del lavoro sia indispensabile per determinare il cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno: dal valore dei soldi al valore del lavoro, dal valore di ciò che si ha al valore di ciò che si sa, e si sa fare.
Ebbene sì, penso che il lavoro ben fatto possa essere il centro, il motore di questo cambiamento culturale e sociale. E che è per questo che è necessario raccontarlo. O no? 

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Di Vincenzo Moretti il 29/07/2012 alle 18:18



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