18/06/2012

La politica è una cosa seria (Parte Seconda)

Va bene, diciamo pure che la politica ha significato, riesce ad andare oltre la riproduzione di sé stessa, se è capace di interpretare ciò che avviene nella società, a definire le regole e le scelte più utili al suo sviluppo, a offrire luoghi e spazi nei quali i cittadini possano confrontarsi sulla base delle loro specifiche idee, esperienze, convinzioni.
Ma una volta che l'abbiamo detto siamo davvero sicuri che la crisi di legittimità che investe la politica possa essere letta, interpretata, risolta, a partire dalla contrapposizione tra cittadini e politica, tra società civile e “casta”?
Io no. Come Guccini in “Canzone di notte n. 2” non mi lego a questa schiera. Perché la politica è in crisi da quell'incredibile 1989 non solo in Italia ma in tutto il mondo. E perché così si perdono di vista le responsabilità dei cittadini (“la” società civile) e il rapporto familistico e amorale che hanno stabilito con le classi dirigenti, fenomeno questo sì tipicamente nazionale.

Vogliamo fare un tuffo nel passato? E facciamolo.
L’epilogo della Repubblica Partenopea del 1799 spinge Vincenzo Cuoco a scrivere che, per essere davvero tale, “una rivoluzione deve rappresentare un bisogno e non un dono”. Solo un popolo consapevole può scegliere la via della responsabilità e della partecipazione, solo così il cambiamento può avere un carattere duraturo.
220 anni dopo è Bauman a spiegare perché in una società frantumata e individualizzata come quella attuale le scelte delle singole persone diventano sempre più rilevanti e la teoria sociale deve per questo imparare a definire anche queste azioni e scelte individuali come “politica”.

Adesso non venite a dirmi che gli argomenti di Cuoco e Bauman stanno proprio bene assieme perché sfondate una porta aperta. Aggiungo anzi che è complicato dare senso compiuto al ragionamento se non si introduce una terza variabile, quella che si riferisce all’effettiva incidenza che scelte e azioni individuali hanno nell’ambito dello spazio pubblico.
Per me funziona un po' come con le capacitazioni di Sen, nel senso che non basta avere a disposizione determinate opportunità, bisogna essere nelle condizioni di poterle concretamente cogliere. Nell'ambito della polis è questa capacità di contribuire alla definizione delle scelte pubbliche, questa possibilità di incidere su di esse, ciò che in definitiva ci può far sentire, in quanto individui, cittadini, agenti partecipanti, persone con un forte senso civico piuttosto che velleitari Don Chisciotte. In pratica quanto più è alta la percezione di questo coefficiente di incidenza tanto più l’impegno individuale ha senso.

Il grande Totò direbbe che è la somma che fa il totale. A me basta ribadire che la possibilità - capacità di incidere sulle scelte pubbliche, di sentirci a pieno titolo cittadini è legata all'assunzione di una responsabilità non dal basso, come siamo soliti dire, ma dall'alto del nostro essere cittadini, anche quando siam chiamati a selezionare, formare e promuovere le classi dirigenti.
Buona partecipazione.

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Di Vincenzo Moretti il 18/06/2012 alle 20:10



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