17/03/2014

I Like Bella Politica

Lo so che sono fuori moda, ma continuo a pensare che c’è bisogno di bella politica. Sì, proprio di lei, della politica fatta di passione, di responsabilità, di partecipazione, di lungimiranza, la politica che sa dare valore ai diritti, che combatte la dittatura della necessità, rende disponibili opportunità, allarga le strade della possibilità.

Adesso però non vi arrabbiate, non pensate che io sia cieco e sordo, che sia tornato adesso dal pianeta Papalla, dai tempi in cui avevano un senso Carosello e i Partiti. Lo so anch’io che con l’avvento di internet e dei social network si è affermato un nuovo paradigma, che sono cambiati i nostri modi di essere e di fare nella vita, nella società e dunque anche nella politica. E’ che in queste faccende continuo a pensarla come  Morpheus in Matrix, e cioè che “nella vita ci sono cose che cambiano e altre invece no”.  E tra quelle che non cambiano c’è secondo me il bisogno di donne e di uomini che hanno a cuore un interesse personale o collettivo, un ideale sociale, un progetto di società più felice o anche solo meno ingiusta, di pensare e agire, per variegate ragioni e motivazioni, con aspettative, tempi e impegno diversi, per vederli realizzati. Non è forse per questo che cerchiamo di rendere più forti e stabili le reti sociali di cui facciamo parte e ci impegniamo nei sindacati, nelle associazioni, nelle comunità, nei social network, ecc.? E perché mentre cerchiamo in mille modi di comunicare e di partecipare, nello spazio della politica sembriamo rassegnati all’idea dell’uomo solo al comando? Della politica come pratica del meno peggio o, di più, come “favore”? All’impossibilità di partecipare da attori alla costruzione del discorso pubblico? 

Dice “ma tu fai più domande del lettore operaio di Brecht, ma le risposte dove sono?”. Dico che Risposte non ne ho, solo qualche piccola idea e la voglia di confrontarle. Dice “ma così è troppo poco”. Può essere. Però quando i cambiamenti sono così grandi “ci sta” che ci voglia tempo e fatica per trovarle, le risposte giuste. Il problema è se rinunciamo a  cercarle. Se restiamo “chiusi dentro casa quando viene la sera”. Seduti belli comodi sul divano. Pensando di fare politica con il telecomando. 
Buona partecipazione.

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Di Vincenzo Moretti il 17/03/2014 alle 08:58 | Non ci sono commenti

21/02/2014

Mettete la scuola nei vostri cannoni

Questa storia qui non comincia con la luna sul posto come nella bella canzone di De André, comincia con l’Italia che dal 2007 ha un Piano Nazionale Scuola Digitale promosso dal Miur per sviluppare e potenziare l’innovazione didattica attraverso l’uso delle tecnologie informatiche. Tale piano è stato sottoposto a verifica dal Centre for Educational Research and Innovation (CERI) dell’OCSE e il rapporto realizzato da Francesco Avvisati, Sara Hennessy, Robert B. Kozma e Stéphan Vincent-Lancrinha è stato pubblicato nel 2013 con il titolo Review of the italian strategy for digital school. Nel loro rapporto i quattro ricercatori ci hanno tenuto a sottolineare che “il Piano è nato con una visione realistica e ambiziosa dell’innovazione, con un buon approccio e una buona progettazione: la tecnologia come mezzo per promuovere nuove pratiche didattiche, nuovi modelli di organizzazione scolastica, nuovi strumenti per migliorare la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento. 

Stando così le cose la domanda sorge spontanea: allora perché l’Italia in quanto a dotazione digitale è uno dei fanalini di coda nella classifica Ue, in ritardo persino rispetto a Bulgaria, Repubblica Ceca e Slovenia e davanti soltanto a Romania, Slovacchia e Turchia? 

La risposta non è difficile: le cose stanno così per la scarsità delle risorse impegnate. 30 milioni di euro anno per 4 anni, meno dello 0,1% della spesa pubblica per l’istruzione. Insomma senza soldi non solo non si cantano messe ma non si comprano neanche i computer e questo spiega perché c’è un computer ogni 15 studenti nella scuola primaria, uno ogni 11 nella secondaria, uno ogni 8 nella secondaria di secondo grado, perché il 14% delle scuole è dotata di strumenti informatici, il 21,6% delle aule hanno Lavagne Interattive Multimediali (LIM) e il 54% sono connesse in rete e perché con questo passo ci vogliono 15 anni per raggiungere paesi come la Gran Bretagna (80% delle classi attrezzate).

Perché vi racconto tutto questo? Perché in questi giorni nasce un nuovo governo e neanche la fitta nebbia che avvolge il futuro del Paese ci impedisce di spera che le cose possano migliorare e magari una “storia sbagliata” come questa diventa l’occasione per ripensarci su e investire nella scuola, che è un peccato avere approccio, metodologia, progetto giusto e non avere i soldi per fare le cose. Dice ma se i soldi non ci sono dove si trovano? Dove si trovano quelli con cui si comprano gli aerei da guerra. 

TAG scuola internet futuro

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Di Vincenzo Moretti il 21/02/2014 alle 10:57 | Non ci sono commenti

19/01/2014

Uno per tutti. Tutti al servizio di uno.

Se Dio è morto, Marx è morto, e neanche noi ci sentiamo troppo bene, perché dovrebbe essere una cattiva idea aspettare, sperare, che prima o poi arrivi Wolf, quello che risolve problemi? Che importa se nella vita reale il Wolf in questione si chiama Barak Obama piuttosto che Angela Merkel, Matteo Renzi invece che Silvio Berlusconi? C’è ancora qualcuno a cui importa che la grande corsa alla ricerca della figura carismatica, del risolutore, dell’uomo solo al comando, è in realtà una grande illusione? Che l’obbedienza cieca verso il leader maximo produrrà inesorabilmente un ulteriore impoverimento della politica e quindi della vita di ciascuno di noi? O la sola cosa che conta è che ci sia qualcuno al quale possiamo affidare il nostro destino mentre pensiamo ad altro?

Questa che avete appena letto è la fine dell'articolo, che ha un suo senso anche così. Alle/agli affezionati (al tema) che preferiscono leggere dall'inizio basta andare al rigo successivo. Grazie.

Nel mentre ci ritroviamo a fare i conti con la crisi delle ideologie, dello Stato nazionale, della famiglia, i destini del mondo sono in mano a uomini sempre più soli al comando che decidono, grazie al loro potere economico, finanziario, politico, militare, in tema di pace e di guerra, di sviluppo economico e sociale, di qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, del cibo che mangiamo.

La strada che porta ad una politica che viva non solo di alleanze ma di cose da fare, di rapporti consapevoli tra persone, associazioni, sindacati, partiti, istituzioni, e che rappresenti la sfera dell’esistenza autentica di ciascuno di noi, appare quanto mai impervia. Si fa fatica a ritrovare ragioni forti intorno alle quali incardinare il proprio bisogno di socialità e di partecipazione. “Si registra una diffusa insofferenza verso chi tende a problematizzare, chi non semplifica, chi osa dire o anche solo pensare che i problemi si risolvono, non si eliminano, e che le risposte sono spesso complesse, e quindi hanno bisogno di riflessione, di studio, di essere corrette per strada, di essere concertate tra i diversi attori sociali interessati”. Si rischia di perdere completamente di vista il fatto che le qualità di una democrazia sono definibili proprio a partire dalle differenze che in essa si confrontano e sono rappresentate.

In definitiva, nelle società moderne il leader carismatico, mediatico, idolatrato, sembra essere l’unica risorsa in campo, la sola risposta disponibile alla scarsità di elités e classi dirigenti, alla paura e all’incertezza con la quale ci ritroviamo a pensare il nostro futuro, alle difficoltà con le quali riusciamo a interpretarlo e a dare a esso un senso.

La società individualizzata è una società a scarso protagonismo sociale e più egoista, nella quale viviamo come assillati dalla necessità di soddisfare i bisogni più istantanei ed effimeri, come disorientati di fronte alla soggettività, come infastiditi dalla prospettiva di essere più responsabili verso noi stessi e gli altri.

Nella fase precedente, la solidità dei valori trasmessi attraverso le grandi agenzie della devozione politica e religiosa, e attraverso la famiglia, determinava effetti positivi sul terreno dell’identità, la risorsa per definizione correlata alla stabilità dei modi nei quali ciascuno si può riconoscere, con altri, nel tempo. Dirsi comunisti, democristiani, fascisti, di destra o di sinistra, significava dichiarare la propria adesione non solo a valori, idee, storie, regole, ma anche a nomi, parole, colori, modi di vestire, miti cinematografici e musicali, modelli di vita. E in quanto offriva la possibilità di condividere con altri determinati valori, il disporre di modelli di comportamento e di agenzie di identificazione collettiva stabili nel tempo determinava i presupposti affinché essi potessero essere contestati, esercizio particolarmente importante per le generazioni più giovani.

Con l’attuale fase della modernità ci scopriamo invece alle prese con un mondo che non sa ancora declinare un futuro duraturo, che anche quando finge di dimenticare non può sottrarsi alla furia devastante del terrore. Collassato il sistema di valori ai quali eravamo soliti riferirci ci ritroviamo a fare i conti con la necessità di mettere costantemente alla prova la nostra capacità di orientarci nel mondo con gli altri.

Abbiamo poco tempo e obiettivi difficili da definire, ancora più difficili da afferrare, svalutati se e quando riusciamo a raggiungerli. Si trasformano i modi con i quali vengono definiti interessi, bisogni, ideali, speranze. Lo stesso concetto di progresso fa fatica a mantenere una presa effettiva nel senso comune anche e proprio perché viene meno la capacità di concatenare i singoli eventi tra loro, la possibilità di interpretarli sulla base di un denominatore comune.

La crisi si fa sempre più profonda, investe i fini ai quali ci riferiamo, il senso che possiamo o riusciamo a dare alla nostra esistenza. A venir meno è il filo conduttore, il motivo di fondo. Ed ecco che non ci resta altro che la ricerca di forme di gratificazione incentrate sull’immediatezza, tanto nell’ambito della sfera affettiva quanto in quello del lavoro o dello svago.

Vista da questo versante, la stessa rottura del rapporto tra sfera pubblica e percorsi giovanili appare meno inspiegabile. Se la politica riesce a parlare solo ad una minoranza di giovani, è anche perché prevale la tendenza a considerarli adulti soltanto nel momento nel quale stanno per entrare in una cabina elettorale. Lo scarso livello di comunicazione è l’altra faccia dell’incapacità della politica di considerare i giovani in quanto soggetti effettivamente autonomi, con i loro miti e i loro linguaggi, con i loro specifici modi di essere protagonisti dei processi di trasformazione in atto.

Una società che non sa guardare ai più giovani così come essi sono e non come vorrebbe che fossero, che non sa riconoscere il carattere politico dei loro modi di essere, di stare insieme, di ideare e realizzare progetti e aspirazioni, che non sa dialogare con loro, che non sa ascoltarli, è una società che spreca risorse straordinarie, che rinuncia di fatto a una parte rilevante delle proprie opportunità.

Occorre essere molto netti su questo punto: l’aspetto decisivo della questione sta proprio nella capacità di ascolto, di riconoscere pari dignità ai modi di essere e di fare dei più giovani. Funziona così nelle cose della politica come in quelle della vita, come sanno tutti coloro che per suonare un pezzo dei Genesis o dei Pink Floyd con i propri figli, e fargliene apprezzare la bravura, hanno dovuto prima imparare interi album dei Queen, degli U2, dei Metallica, e scoprire così che è stata scritta e suonata ottima musica rock anche dopo i Genesis e i Pink Floyd.

Se questo è lo sfondo, la domanda diventa allora quella che ci porta a chiederci se sia ancora possibile contrastare l’idea di una inevitabile fine della politica, di un’ineluttabile approdo nei porti del plebiscitarismo, di un’inarrestabile processo di mutazione della democrazia in leaderismo, dei partiti in comitati elettorali.

Se insomma Dio è morto, Marx è morto, e neanche noi ci sentiamo troppo bene, perché dovrebbe essere una cattiva idea aspettare, sperare, che prima o poi arrivi Wolf, quello che risolve problemi? Che importa se nella vita reale il Wolf in questione si chiama Barak Obama piuttosto che Angela Merkel, Matteo Renzi invece che Silvio Berlusconi? C’è ancora qualcuno a cui importa che la grande corsa alla ricerca della figura carismatica, dell’uomo risolutore, dell’uomo solo al comando, è in realtà una grande illusione? Che l’obbedienza cieca verso il leader maximo produrrà inesorabilmente un ulteriore impoverimento della politica e quindi della vita di ciascuno di noi? O la sola cosa che conta è che ci sia qualcuno al quale mentre pensiamo ad altro possiamo affidare il nostro destino?

P.S.
Le citazioni sparse qua e là sono di e da Hanna Arendt, Woody Allen, Nando Santoro e Pulp Fiction

TAG partecipazione berlusconi politica renzi leader

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Di Vincenzo Moretti il 19/01/2014 alle 21:58 | Non ci sono commenti

13/01/2014

Più libri nelle nostre case. Più cultura nelle nostre vite.

Metti una sera sui social network due diversi post che attirano la tua attenzione.

Il primo è dell’Istat, e nella sostanza dice che “nel 2013 oltre 24 milioni di persone di 6 anni e più dichiarano di aver letto, nei 12 mesi precedenti l'intervista, almeno un libro per motivi non strettamente scolastici o professionali”. Che rispetto al 2012, la percentuale di tali lettori è scesa dal 46% al 43%. Che le donne che hanno letto almeno un libro nel corso dell’anno sono il 49,3% e gli uomini il 36,4%. Che l’età in cui si legge di più è quella compresa tra gli 11 e i 14 anni (57,2%). Che quando entrambi i genitori sono lettori il 75% dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni leggono libri, mentre quando invece no la percentuale crolla al 35,4%. Che nel Nord i lettori sono il 50,7% del totale mentre nel Sud e nelle Isole sono il 30,7%.  

Il secondo riprende alcuni dati dell’Ocse e segnala che quasi la metà degli italiani che hanno un’età compresa tra i 16 e i 65 anni sono affetti da analfabetismo funzionale, in pratica non posseggono o non sono in grado di utilizzare in misura sufficiente le competenze (capacità di lettura e di scrittura, capacità di calcolo, capacità di problem solving) che sono necessarie per comprendere, utilizzare e collocare in un contesto più largo le informazioni. 

Detto che di fronte a storie così uno si scoraggia, se è meridionale di più, se è campano di più di più (sul sito dell'Istat vi rendete conto meglio perché), aggiungo che per fortuna uno non rimane scoraggiato e basta, si chiede perché, se può fare qualcosa per invertire la tendenza, fa insomma le cose che è abituato a fare in situazioni del genere. Io, come tanti della mia generazione, sono stato abituato così dalla famiglia, dai bravi maestri che ho incrociato nella mia vita e dal partito, sì proprio lui, il partito, quella cosa che a parlarne oggi fa venire più disturbi di un televisore rotto ai tempi del tubo catodico. 

E invece sì, i grandi partiti a insediamento sociale sono stati generatori di beni di lealtà e di identità, di sogni, programmi e conquiste, e hanno permesso ai propri militanti di condividere con altri ciò che era importante non solo nella politica ma anche nella vita. 

Va bene, ora i partiti così non ci sono più, ma questo non vuol dire che dobbiamo starcene chiusi in casa quando viene la sera o che ci dobbiamo affidare all’uomo solo al comando. C’è un’altra possibilità, partecipare, e contribuire alla ricostruzione di luoghi, fisici e digitali, nei quali in quanto persone titolari di diritti autonomamente giudichiamo e adottiamo criteri per valutare aspetti della vita collettiva. Internet, i social network, i nuovi media digitali ci possono aiutare a leggere di più, ad abbattere l’analfabetismo funzionale, a discutere meglio, in maniera più approfondita, disponendo di più informazioni. Lo possiamo fare qui. Partecipando alla Campagna Nazionale per la Lettura 2014 che abbiamo lanciato su Facebook. Proponendo nuove idee e iniziative. Buona partecipazione.

 

TAG ocse partecipazione libri istat analfabetismo funzionale

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Di Vincenzo Moretti il 13/01/2014 alle 17:28 | Non ci sono commenti

11/12/2013

#NoiSperiamo
CheCeLaCaviamo

Non so se davvero questo Paese riuscirà a cambiare verso. Naturalmente lo spero, ma la vedo molto ma molto complicata.
Tra il rischio di semplificare troppo e quello di scirvere un saggio scelgo il primo e dunque cerco di dire quello che penso in poche battute:

1. I tempi sono sempre importanti, anche in politica. Quello che si poteva fare ancora un anno fa, oggi non si può fare più. E quello che si può fare ora non si potrà fare tra sei mesi. Non succede solo in Italia. Eltsin non era più innovatore di Gorbaciov. Eppure ...

2. Dato che quando le cose si potevano fare non sono state fatte il legame tra società e istituzioni si è profondamente spezzato, cosicché oggi la stragrande maggioranza delle italiane e degli italiani si riconosce in tre "rottamatori", Renzi, Grillo e Berlusconi (sì, lo so che sono molto ma molto diversi tra loro; sì, lo so che Belusconi è uno dei maggiori responsabili dei nostri disastri; però ho detto che non voglio scrivere un saggio perciò perdonatemi l'approssimazione).

3. Per tentare di ricostruire il rapporto tra cittadini e politica c'è bisogno di lavoro, in particolare per le ragazze e ragazzi; di attuazione dell'agenda digitale, in particolare per quanto riguarda anagrafe digitale e riforma della pubblica amministrazione; di cultura, istruzione, educazione, compresa quella civica; di riduzione dei costi e dei privilegi della politica.

4. C'è un nuovo fantasma che si aggira per l'Italia, lo sfascismo, che a me non dice niente di buono. Però non mi dice niente di buono neanche la direttrice di Youdem che si mette a scrivere la lettera aperta per fare l'analisi del sangue a una delle componenti delle segreteria del Pd o il post del mio eccellente amico, blogger e analista digitale Dario Salvelli che fa la stessa cosa con un'altra componente della suddetta segreteria. Anche qui non intendo tenere sullo stesso piano le due cose, però penso che come diceva Karl Kraus "quando brucia il tetto, non serve né pregare né lavare il pavimento. Comunque pregare è più pratico".

5. #NoiSperiamoCheCeLaCaviamo

TAG grillo berlusconi dario salvelli sfascismo karl kraus lavoro agenda digitale gorbaciov matteo renzi

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Di Vincenzo Moretti il 11/12/2013 alle 09:31 | Non ci sono commenti

26/11/2013

Strada facendo

Facciamo così. Io prometto di non essere esagerato come Einstein, che non potendo immaginare come stiamo combinati in questo declinante 2013, sosteneva che “la crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché porta progressi”, che “è nella crisi che nascono l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie”, che “è nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora”. Però in cambio voi mi fate dire che la crisi potrebbe aiutarci a mettere in discussione l’aspetto più marcatamente ideologico e ossessivo del consumismo, quello che ci spinge a considerare la durata un disvalore non solo nel mondo delle merci, ma anche in quello delle idee, dei valori, persino delle persone, come dimostrano il fascino a prescindere del “nuovo” e la diffusa insofferenza per tutto ciò che è “vecchio”.
Perché si, la straordinaria forza omologante del messaggio “consumo, dunque sono” non è solo l’emblema di una società che dà troppo valore a ciò che abbiamo e troppo poco a ciò che sappiamo e sappiamo fare, ha anche l’effetto di sovrapporre, fino a confonderli, gli ambiti in cui siamo cittadini con quelli in cui siamo consumatori.
La sovrapposizione è evidente già a livello di lessico, ad esempio quando affermiamo che il politico vincente è quello che sa vendere meglio il proprio messaggio, e di fatto appiattisce la complessa, articolata ricchezza che dovrebbe essere propria del ragionamento politico sul semplificatorio, assertivo messaggio della comunicazione promozionale. E invece, come ha spiegato Cass Sunstein, “sovranità del consumatore significa che i singoli utenti possono scegliere come vogliono, soggetti alle limitazioni rappresentate dal sistema dei prezzi, ed anche alle loro capacità economiche ed esigenze. […] L’idea della sovranità politica si basa su fondamenti diversi. Non dà per definiti o scontati i gusti degli individui. Esalta l’autogoverno democratico, inteso come requisito del governare attraverso la discussione, accompagnato dal dover dare conto delle proprie opinioni in ambito pubblico”.
Tutto questo fa sì che invece di elaborare ragioni e argomenti che consentano di operare scelte meditate, ci si ritrovi sempre più spesso a decidere sull’onda di suggestioni istintive, ammiccamenti amichevoli, promesse improbabili.
Scegliamo sindaci, parlamentari, presidenti di regione con approcci e metodologie sempre più vicine a quelle che siamo soliti adoperare quando compriamo una cravatta o un profumo e ciò dovrebbe suggerirci qualcosa di significativo circa lo stato di salute delle nostre democrazie.
Ecco, l’auspicio è che la crisi, sempre lei, assieme alle tante conseguenze negative, che quelle è sempre meglio non dimenticarle, ci aiuti a ripensarci su, a sparigliare le carte, a cambiare il corso della partita.
Dite che il nostro è un destino segnato? Pure io ci penso spesso, però poi mi dico che qui ha ragione Einstein, che la crisi più pericolosa è quella che ci porta a non fare tutto quello che possiamo per superarla, che non si può stare a guardare, che bisogna andare. E allora si va.

TAG politica partecipazione cass sunstein consumo cittadinanza

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Di Vincenzo Moretti il 26/11/2013 alle 20:44 | Non ci sono commenti

25/11/2013

Lo strano caso di MisterBi (Per fortuna che noi siamo italiani)

Per fortuna che siamo italiani. Sono appena tornato da Papalla e vi giuro che lì succedono cose che non dico l'Italia, ma neppure la democrazia più zoppa del mondo riuscirebbe a sopportare. Ve ne racconto una per tutte? Sono stati governati per 20 anni da un simpatico signore, MisterBi, che purtroppo è affetto da una grave malattia, la buyte, che in pratica lo costringe a comprare qualunque cosa gli capiti sotto mano: case, televisioni, voti, onorevoli, amori, magistrati. Mentre tutti gli altri quando una donna gli piace la devono corteggiare, quando hanno un contenzioso in tribunale lo devono vincere, quando si presentano alle elezioni la maggioranza la devono conquistare, lui no. Se ce la fa bene se non ce la fa compra. Difficile crederci, ma è riuscito a diffondere così bene il suo approccio che a volte le elezioni le ha vinte e altre volte le ha pareggiate. Cosa è successo quando ha perso? Niente. Ci ha pensato l'imperizia della parte avversa a rimetterlo in gioco.
Il meccanismo si è inceppato qualche tempo fa, quando un tribunale lo ha condannato in via definitiva. Pare che adesso debba lasciare il posto in Parlamento. Sì, sì, avete letto bene, pare, perché a Papalla non è mica come in Italia che da noi uno così neanche lo farebbero entrare in Parlamento. Ve lo giuro, da loro si discute ancora se è giusto o sbagliato, c'è chi grida al golpe, chi rivendica la grazia, e il tutto avviene mentre i giovani non trovano lavoro e il paese non trova il modo di uscire dalla crisi. Sì, è davvero una situazione da incubo. Per fortuna che noi siamo italiani.

TAG italia papalla

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Di Vincenzo Moretti il 25/11/2013 alle 14:34 | Non ci sono commenti

23/11/2013

23 novembre 1980

Questo l'ho scritto un bel pò di anni fa. Però lo penso ancora. Soprattutto penso che valga ancora la pena discuterne. E che oggi sia la giornata giusta per provarci. Ancora.
 
Sono quasi le otto di sera di una domenica non diversa da tante altre. In molte case la televisione è sintonizzata sul secondo tempo della partita di calcio del campionato di serie A. D’improvviso un boato scuote l’aria. Poi la terra comincia a tremare. 

E’ un unico, interminabile, minuto. Destinato a sconvolgere la vita di intere comunità della Campania e della Basilicata. A imprimersi nella memoria collettiva di più generazioni. A segnare la storia politica, sociale ed economica del nostro Paese.

Le conseguenze del sisma appaiono subito disastrose. I morti saranno alla fine 2.735. I feriti poco meno di 9.000. I comuni colpiti 542 in Campania, 131 in Basilicata, 14 in Puglia. Alcuni di essi risultano praticamente distrutti. Tanti altri, tra i quali Avellino, Potenza, Napoli, Salerno, denunciano danni rilevanti. 

I senza tetto si contano a decine di migliaia. Con l’inverno alle porte e nessuna voglia di guardare quel cielo impietoso e gonfio di pioggia.

Le immagini della televisione portano la tragedia nelle case di tutti gli italiani. Le parole chiare e dure dell’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, stigmatizzano i ritardi e le lentezze nelle azioni di soccorso. Il Paese intero è percorso da un moto di solidarietà e di partecipazione senza precedenti. 

Piccole e grandi città del Nord e del Centro “adottano” i comuni più colpiti per favorire l’opera di ricostruzione. Arrivano aiuti dalla Lombardia, dal Veneto, dal Piemonte, dall’Emilia, dalla Toscana, da ogni parte d’Italia. E assieme alle tende, alle roulotte, ai viveri, alle coperte, ai tanti generi di prima necessità arrivano anche loro, donne e uomini che non esitano a lasciare per un po’ famiglie, città, lavoro, per venire “giù” a dare una mano. Per aiutare a rimettere su case. Scuole. Sindacati. Partiti.

Accade insomma qualcosa di particolare. Perché per una volta il coinvolgimento non è solo emotivo. Per una volta partecipare non vuol dire soltanto manifestare la propria disponibilità e dare qualcosa a chi si trova coinvolto in una tragedia tanto grande. Per una volta è una solidarietà vera. Legata al fare. Concreta. Che porta donne e uomini del Nord a condividere culture, esperienze, modi di vita meridionali, a contribuire “sul campo” alla rinascita delle aree colpite. 

Sono esperienze che coinvolgono naturalmente un numero limitato di persone e che di norma durano poche settimane, in casi più sporadici qualche mese. Eppure per le loro caratteristiche avrebbero potuto rappresentare un passaggio significativo nella costruzione di più profonde e consolidate connessioni, contaminazioni, intrecci, tra italiani del Sud e del Nord. 

Si sarebbe potuto insomma vivere un finale di partita diverso. Ed evitare di sprecare un’occasione importante.

Sarebbe stato necessario valorizzare l’assai più vasto e condiviso retroterra culturale dalle quali tali esperienze nascevano (a partire dai gemellaggi tra comuni di cui abbiamo appena detto). Far emergere le storie di successo. Raccontarle. Diffonderle. Moltiplicarle. 

Sarebbe stato necessario soprattutto mostrare efficienza. Onestà. Voglia di fare. Per non ritrovarsi ancora una volta a domandarsi perché il processo di ricostruzione presenta caratteristiche tanto diverse da quelle che ha avuto per esempio in Friuli, dove dopo pochi anni erano già state ricostruite o sistemate il novanta percento delle case e degli edifici danneggiati. 

Sarebbe potuto essere e non è stato. Ed eccoci ancora una volta a fare i conti con le ragioni di un fallimento. 

Un ruolo importante ha avuto senza ombra di dubbio l’incapacità e la mancata volontà della classe dirigente politica e imprenditoriale del Sud di dare una risposta all’altezza dei bisogni. La sua colpevole ostinazione a cercare arricchimenti e facili guadagni piuttosto che risorse e progetti per ricostruire e sviluppare le aree colpite, e con esse l’intero Mezzogiorno3.

Non c’è spirito imprenditoriale. Non c’è classe di governo. Non ci sono risultati. All’ombra dell’emergenza e della straordinarietà, le parole chiave di quella fase, ogni cosa diventa lecita: adottare leggi speciali e stabilire procedure d’urgenza; godere di ampie deroghe sui procedimenti di spesa; operare con la massima discrezionalità; rifuggire da ogni controllo; moltiplicare i centri di spesa; instaurare un regime in cui l’unica regola è l’assenza di regole.

Il risultato finale è un Sud nel quale si pagano le tangenti e non si fanno le opere. Forse perché sono le tangenti, e il sistema che vi ruota intorno, le vere “opere”. Cosicché ancora dieci anni dopo, a fronte delle ingenti risorse stanziate e spese, 10.307 nuclei familiari risulteranno abitare in roulotte, containers, prefabbricati leggeri, e altri 1.141 in alloggi requisiti; 107 aziende e 7.539 posti di lavoro previsti non avranno visto la luce; le venti aree industriali realizzate saranno ancora in tutto o in parte inutilizzate4.

L’intervento nelle aree terremotate diventa insomma un caso paradigmatico di inefficienza, come sottolinea la Corte dei conti che, con la deliberazione numero 5 del 2001, dichiara “la non regolarità e la non conformità a legge della gestione fuori bilancio sopra indicata e per le ragioni e nei limiti indicati nella relazione, l’antieconomicità della gestione, i ritardi nell’esecuzione, l’inefficace e inefficiente modalità organizzatoria dell’azione amministrativa”, e con una deliberazione diffusa il 14 maggio 2002 ribadisce il suo “giudizio complessivamente negativo sia sotto il profilo della regolarità che sotto gli ulteriori profili dell’efficacia, dell’efficienza e dell’economicità”.

I costi previsti sono aumentati mediamente di circa ventisette volte rispetto alle convenzioni originarie e ogni posto di lavoro è costato fino a due miliardi di lire rispetto ai 640 milioni previsti; sono nate attività imprenditoriali spesso fragili, poco attente al contesto ambientale e territoriale, che operano nei settori merceologici più diversi (in molti casi gli interventi sono stati effettuati al di fuori di ogni logica non solo di “distretto”, ma persino di razionalizzazione delle produzioni e di ricerca di economie di scala). 

Il fatto è che quanto avviene a valle del terremoto in Campania e Basilicata non è solo un esempio di inefficienza, ma anche e soprattutto di illegalità. Si tratta insomma di un “affare” molto sporco. Nell’ambito del quale il rapporto tra politica, economia, criminalità organizzata supera ogni logica episodica, per quanto vasta possa essere, e si fa sistema6.

E se è vero che a guadagnarci sono davvero in tanti, e tra questi un numero assai significativo di veri e finti imprenditori del Nord, non si può nascondere che la direzione strategica del comitato di affari sia saldamente in mani meridionali. E che a Sud siano assai numerosi coloro che, in diversi ambiti e a diversi livelli, contribuiscono a rendere possibile uno dei più colossali casi di malgoverno e di malaffare della storia d’Italia.

Un posto in prima fila spetta, come abbiamo detto, a quei politici e imprenditori corrotti che hanno costruito e diretto, assieme alla malavita organizzata, un sistema nel quale non c’era piccola o grande opera pubblica che potesse sottrarsi al sistema delle tangenti. Ma che dire dei tanti professionisti, tra cui un numero non trascurabile di magistrati, che in cambio di laute parcelle hanno fatto finta di non vedere cosa stesse accadendo, di non capire a cosa servivano le proprie perizie giurate? O anche dei tanti semplici cittadini che hanno sperato e tentato in mille modi di conquistare un posto, per quanto piccolo, attorno al gigantesco tavolo della spartizione del dopo terremoto?

Intorno a queste domande, e alle risposte che a esse conseguono, la società meridionale ha mostrato troppa poca voglia di discutere. E di approfondire. In molti hanno preferito rimuovere piuttosto che fare i conti con l’accaduto. E così è rimasta in ombra una questione che invece resta ineludibile, che ha avuto una parte determinante nella successiva evoluzione dei rapporti tra nord e sud d’Italia.

Perché mano a mano che il lato oscuro della vicenda viene alla luce, e le commistioni tra criminalità organizzata, sistema economico e sistema politico si fanno evidenti, la solidarietà si trasforma in delusione, avversione, sdegno. Al punto da determinare nella coscienza del Paese una rottura profonda. Che, se possibile, si radicalizza ulteriormente con lo scoppio di Tangentopoli, che travolge la quasi totalità della classe politica e larga parte dell’imprenditoria del Nord, rende più profondi e diffusi la crisi della rappresentanza, quella politica in primo luogo, e i fenomeni di anomia sociale. E con l’irrompere sulla scena della politica italiana della questione settentrionale, si determina il contesto culturale e sociale nell’ambito del quale la società del Nord può finalmente rendere esplicita la propria crescente insofferenza verso una domanda di riequilibrio, che le appare sempre più come un freno insopportabile alla sua capacità di sviluppo e alla sua voglia di arricchimento.

Un Nord che dunque da un lato, dopo aver copiosamente beneficiato delle convenienze derivanti dal particolare modello di sviluppo italiano, e dai suoi squilibri, e dopo essersi scoperto “nudo” e sotto inchiesta, libera come abbiamo visto i propri spiriti animali, rivendica piena libertà di manovra, si lascia sedurre dal mito “padano”; e dall’altro reagisce inevitabilmente alle degenerazioni che, in particolare nel corso degli anni Ottanta, hanno caratterizzato l’azione delle classi dirigenti meridionali e l’intervento dello Stato al Sud.

Da questo punto di vista, le modalità con le quali si è caratterizzato l’intervento nelle aree della Campania e della Basilicata colpite dal terremoto non possono essere considerate soltanto la canonica goccia che fa traboccare il vaso. Esse hanno infatti contribuito in maniera consistente a consolidare nel senso comune collettivo la convinzione che oramai non ci fosse più nulla da fare, che la strada imboccata dal Sud fosse senza ritorno.

E’ la convinzione che aveva portato il grande Eduardo De Filippo a rivolgersi ai napoletani con il suo “fujetevenne”. è la stessa che renderà fertile il terreno di coltura sul quale si svilupperà l’ideologia leghista.

La stagione dei sindaci, con le sue tante contraddizioni e i suoi innegabili pregi, si incaricherà di dimostrare ancora una volta che in politica come nelle cose della vita non esiste il momento definitivo, c’è sempre un’ulteriore possibilità. 

Ma, come è noto, in politica come e più che in altre cose della vita i tempi sono decisivi. E fare le scelte, prendere le decisioni al momento giusto è indispensabile non solo per raggiungere gli obiettivi prefissati, ma anche per evitare di pagare conti troppo salati. 

Più avanti, sarebbe stato il processo di unificazione europea a impedire che si chiudesse il cerchio. A impedire che una rottura mai tanto vicina si concretizzasse con tutta la propria prorompente forza. Ma questa, come si usa dire, è un’altra storia ancora.

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Di Vincenzo Moretti il 23/11/2013 alle 08:21 | Non ci sono commenti

15/11/2013

i Misteri dell'Alfabeto

Sono contento. Però adesso per favore non risolvete tutto con "beato te si vede che ti va tutto liscio", perché nella vita vera non funziona mica così. Intanto le cose da fare sono tante e per farle bene ci vuole tanta fatica. E poi perché anche dal punto di vista della salute non è che giri proprio nel verso giusto, tra stomaco, pancia e occhio destro che dall'altro giorno continua a pizzicare e speriamo che la smetta presto.
Sono contento perché non perdo (quasi) mai di vista che ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace tanto, che ha un sacco di connessioni con belle persone e belle idee che ogni tanto diventano anche bei fatti, e quando hai una fortuna così anche la fatica si sopporta molto meglio. E sono contento perché sto leggendo un libro speciale, perché bellissimo non basta, e neanche meraviglioso, perché i libri che leggo li scelgo con cura e dunque spesso li trovo bellissimi, e talvolta meravigliosi, e invece questo è speciale. Si chiama I Misteri dell'Alfabeto (Atlante), l'ha scritto il rabbino Marc-Alain Ouaknin, che ho scoperto grazie al mio amico Luigi Glielmo, ordinario di Automatica all'Università del Sannio (ebbene sì, anche gli ingegneri hanno un cuore filosofico, a volte), che mi aveva segnalato una stupenda intervista radiofonica di Ouaknin che se volete potete ascoltare qui
Ci sono tante ragioni per cui I Misteri dell'Alfabeto è un libro speciale, spero le scopriate da sole/i, io ve ne dico solo una: non c'è pagina che non ti sveli un segreto, una cosa che tu fino ad adesso sei andato avanti senza saperla ma che da adesso in poi non ne potrai fare a meno. Una cosa semplice, cioè grande. Per esempio voi lo sapete che la F deriva dalla sesta lettera dell'alfabeto protosinaico, VAV, che si pronuncia come la V di Vuoto? Che le sue origini sono le stesse delle lettere U, V e W del nostro alfabeto moderno? Che nella sua forma antica si disegna come una Y con le due "braccia" rivolte verso l'alto curvate? Che poi diventa Y? E poi curva le due "braccia" verso sinistra diventando in greco arcaico una F all'incontrario che si chiama digamma che si pronuncia anch'esso come la V di Vuoto? Che il digamma scompare dal greco classico e il suon F viene dato dalla lettera Phi aggiunta dalla fine dell'alfabeto derivato dal fenicio? Che il suono F, etrusco, digamma, era una bilabiale come la W inglese o la V latina di Vincit? Che in greco il sono V non esiste e viene rimpiazzato dalla vocale ipsilon, Y, che serba memoria dell'antica Vav semitica nella sua forma grafica: Y. Che il tedesco testimonia di questa Vav diventata F poiché la V tedesca si pronuncia F come in Volk (popolo), in inglese Folk, mentre il suono V è reso da W (doppia V)? Che la forma della lettera V in latino dervia da una riduzione di Y a cui viene tolta l'asta verticale e lasciando solo la parte superiore?
Ecco, queste sono solo un pò delle cose che ho scoperto con la sola lettere F. Adesso voi provate a immaginare con me come verrebbero su le/i nostre/i ragazzine/i se in prima elementare insegnassimo loro l'alfabeto in questa maniera. Perché si, io dico che si può fare. Ci si mette più tempo, magari alla fine dell'anno non si è fatto tutto ma proprio tutto il programma, ma queste/i bimbette/i verrebbero su con un motore abarth. 
Perché si, alla fine ha ragione Randy Glasbergen, che ho scoperto grazie al mio amico Luca De Biase che l'ha messo lì, bello in evidenza proprio all'inizio del suo libro (I media Civici. Informazione di Mutuo Soccorso, Feltrinelli): "Si chiama lettura. Serve alle persone per installare del nuovo software nel cervello". Ma questa parte qui ve la racconto la prossima volta.

TAG i misteri dell'alfabeto marc-alain ouaknin atlante libro

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Di Vincenzo Moretti il 15/11/2013 alle 07:56 | Non ci sono commenti

29/10/2013

Plautilla, il Centro Diurno Giovagnoli e Monteverde Legge

Plautilla, chi era costei? Non so voi, io di certo non l'avrei saputo se il mio amico Lorenzo Carlo non mi avesse parlato dell'Associazione Monteverde Legge e io non avessi fatto quello che si fa di questi tempi quando ci parlano di una cosa che non conosciamo. A cosa mi riferisco? Alla caccia al sito, al blog, ai social network, dove ho scoperto che “Monteverdelegge è stata fondata nel 2008 da Maria Teresa Carbone, Silvia Nono e Maria Cristina Reggio”, che “le numerose attività ruotano intorno a un gruppo di lettura che si incontra al Centro diurno Giovagnoli del Dsm Asl Roma D” e che Plautilla è una bibliolibreria gratuita nata a gennaio 2013, sempre all'interno del Dsm, a Roma, in via Colautti 28 – 30, “per iniziativa dell’associazione Monteverdelegge e del Centro Diurno Giovagnoli sulla scia di esperienze analoghe avviate con successo a Baltimora e Madrid”.

Che cos'è una biblio-libreria gratuita? Nel caso di Plautilla uno spazio pubblico destinato “non solo a lettori abituali ma anche a persone segnate dal disagio psichico”; uno spazio sociale fatto di letture, conversazioni, incontri, laboratori che “si propone di trasformare l’accesso ai libri in un momento di relazione all’interno del quartiere”; un luogo dove “i libri, donati da persone che li hanno letti e amati, vengono messi a disposizione, non più di due alla volta, di altri lettori che scelgono liberamente se riportarli o tenerli”. Plautilla è in poche parole un posto pieno di fascino, di libri e di bella gente, fidatevi che io poi ci sono stato e funziona proprio così, compresa la storia che i libri che prendete se volete li potete tenere con voi per sempre.

La cosa vi meraviglia? Non lo dite a me, dovevate vedere con che piglio ho chiesto a Maria Teresa Carbone, presidente dell'associazione, il perché di questa scelta. “È molto semplice – mi ha risposto -. L'idea è che i libri debbano viaggiare, essere vivi, moltiplicare le occasioni di socializzazione e di incontro, portare la voglia di leggere nelle famiglie e nelle case, a cominciare da quelle del quartiere. Il fatto è che i libri che ci vengono donati sono assai più numerosi di quelli che non vengono restituiti e qui lo spazio non è infinito”.

Cosa aggiungere ancora? Che su aNobii trovate il catalogo online di Plautilla. Che potete portare in dono libri di ogni tipo tranne testi scolastici, vecchie enciclopedie e manuali specialistici. E che “Plautilla Bricci fu la prima donna architetto dell'era moderna” (una per tutte, la Cappella del santo in Luigi dei Francesi (1664) è opera sua). Questo è tutto. Per ora.
Buone letture. 


TAG monteverdelegge maria teresa carbone bibliolibreria gratuita plautilla centro diurno giovagnoli

ARCHIVIATO IN ilMeseRS Storie di ordinaria partecipazione

Di Vincenzo Moretti il 29/10/2013 alle 13:15 | C'e' un commento

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