04/12/2014

Panedda Prena Pride

Per quanto mi riguarda con la Panedda Prena è stato amore a prima vista già qualche anno fa, quando l'ho conosciuta nel corso di una delle scorse edizioni di CampDiGrano, perciò provate a immaginare come sono stato contento quando Giuseppe Jepis Rivello mi ha scritto per segnalarmi che il il 6, il 7 e l'8 Dicembre 2014, a #Cip, Caselle in Pittari per chi non ha ancora letto Testa, Mani e Cuore, per iniziativa della Comunità del Cibo Grano di Caselle che mette in rete contadini, ristoratori e panificatori della cittadina in provincia di Salerno, va in scena Panedda Prena Pride, l'orgoglio del cibo buono.



Ora però spero che non pensiate che la mia contentezza dipenda soltanto dalla bontà della Panedda Prena, perché vi sbagliereste di grosso.
E' che a me Antonio Pellegrino, Antonio Torre, Giuseppe e il resto dei componenti della #Cip Orchestra sono anni che raccontano della necessità di tenere assieme la zappa e il tablet, l'innovazione e la tradizione, e di creare nuova consapevolezza e occasioni vere di sviluppo di qualità costruendo un percorso di filiera produttiva incentrato sulla qualità del cibo, sulla sostenibilità ambientale di tali produzioni e sul riconoscimento sociale ed economico del proprio lavoro. E adesso lo stanno facendo. Partendo dall’azione di recupero delle sementi “ianculidda” (durata 4 anni) e “russulidda” (ancora in corso). 

Non so a voi, ma queste cose qui a me "mi" rendono felice, mi fanno credere di più nella possibilità di farcela a cambiarlo veramente questo Paese, non per finta, e di farlo rispettando e valorizzando il lavoro e chi lavora.

Ecco, non sto qui a scrivere tante altre cose, che se cliccate sui link che vi ho messo all'inizio potete scoprirle da voi in maniera molto più completa di come riuscirei a fare io.
Facciamo così, vi lascio con il video nel quale Giuseppe spiega il senso dell'iniziativa, così la vedete la bella faccia che ha questo ragazzo, e magari guardate anche le mani, che nell'Italia del #lavorobenfatto le donne e gli uomini ci piacciono così, con mani e facce belle e vere perché raccontano il lavoro, dunque la dignità, il rispetto, la solidarietà.

TAG giuseppe rivello panedda prena pride comunità del cibo grano di caselle antonio pellegrino antonio torre

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Di Vincenzo Moretti il 04/12/2014 alle 12:01 | Non ci sono commenti

02/12/2014

Serial Novel

La domanda su quanto contino le persone e quanto invece le organizzazioni nei casi di successo ha una storia lunga alle spalle.

In maniera sintetica una risposta si potrebbe riassumere così: 
1. le cose funzionano meglio e più a lungo quando le conoscenze e le competenze delle persone si incontrano con la capacità delle organizzazioni di trasformarli in buone pratiche, procedure, norme;
2. in questo “incontro”, il lavoro delle persone ha un valore sempre più rilevante.

Dite che è meglio se faccio un esempio? Eccolo, è relativo all’attività di stage di due studenti universitari, che a dirlo così uno magari pensa che debba necessariamente tradursi in un lavoro di routine più una risposta affermativa alla apposita voce curricolare più i relativi crediti. Nel caso di Livio Langella e Fabrizio Localzo invece no.

Perché no?
Perché Maria D’Ambrosio, professore associato di Pedagogia generale e sociale all’Università Suor Orsola Benincasa è una  prof. normale, e dunque il suo lavoro ci tiene a farlo bene. E perché per questo si connette con altre persone normali come l’editore Aldo Putignano, che anche lui la sua piccola casa editrice, Homo Scrivens, ci tiene a farla funzionare bene.

Accade insomma che la prof. normale proponga a Fabrizio e Livio - due studenti normali che pensano per questo che lo stage sia un’opportunità importante -, di svolgere la loro attività presso l’editore che essendo normale invece di metterli a fare le fotocopie assegna loro un progetto ambizioso.

Di cosa si tratta ce lo raccontano Fabrizio e Livio:
“L'editore ha scommesso su un progetto cross mediale nel quale editoria e produzione televisiva si fondono in un genere unico e ibrido. In questo quadro è toccato a noi occuparci della stesura, della progettazione e della pubblicazione di questo testo spendibile sia in quanto narrativa che in quanto prodotto audio visivo (una sorta di micro-sceneggiatura, o di maxi-soggetto).
E' nato così Serial Novel, un romanzo collettivo in 14 capitoli che, pur conservando un unico plot narrativo d’insieme, presenta grande autonomia in ogni singolo capitolo, auto conclusivo e leggibile come unica vicenda racchiusa nel contesto generale. Ogni capitolo può essere insomma letto anche come una sorta di episodio di una ipotetica (futura?) serie TV.”

Ebbene si, il lavoro di editing dei due ragazzi è stato lungo (quasi un anno), duro, formativo, ha avuto risultati eccellenti e la scommessa è stata vinta a 360 gradi, perché non solo Serial Novel è stato pubblicato con i loro nomi in copertina ma c’è anche la prospettiva di partire presto con il secondo volume.

Come dite? In Italia la prof., l’editore e i due studenti non sono proprio normali?
Penso che vi sbagliate, per me loro sono normali, sono l’Italia e le sue classi dirigenti che lo devono ancora diventare. 

TAG suor orsola benincasa maria d'ambrosio aldo putignano livio langella fabrizio localzo serial novel homo scrivens

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Di Vincenzo Moretti il 02/12/2014 alle 10:44 | Non ci sono commenti

22/11/2014

Chutzpah

 Robert Merton ne parla nelle sue riflessioni autobiografiche intorno alla serendipity, nel paragrafo dedicato sloan words, in pratica le parole - espressioni che travalicano i confini nazionali e diventano modi di dire condivisi in ogni angolo di mondo. 
Chutzpah (חוצפה) è una di queste. Termine yiddish derivato dall’ebraico khutzpah (חֻצְפָּה), sta per sfacciata impudenza, sfrontatezza, faccia tosta all’ennesima potenza.
Quella tipica dell’uomo che ammazza i genitori e si appella alla clemenza della corte perché è orfano. O delle società di rating che per fare le loro analisi vengono pagate dalle emittenti titoli che pagano più volentieri le società di rating che considerano i loro titoli ottimi invece che quelle che li giudicano medio o bassi. 

Chutzpah: giochiamo a “Chi ci ricorda”?

TAG chutzpah merton sloan words

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Di Vincenzo Moretti il 22/11/2014 alle 18:42 | Non ci sono commenti

27/10/2014

Nuovo mi piace. Ma non a prescindere

Il vocabolario Treccani lo spiega da subito: nuòvo, dal latino nŏvus, è un aggettivo con una “notevole varietà di accezioni”, che poi è una caratteristica propria degli aggettivi che non a caso sono la “parte del discorso che esprime gli attributi di qualità, quantità, ecc. della persona o della cosa indicata dal sostantivo a cui è riferita”.
Vi state chiedendo cosa voglio dire? Voglio dire che questa idea che l’aggettivo “nuovo” debba perdere la propria neutralità, rendersi indipendente dall’evento, dal fatto, dalla cosa a cui è associato, e diventare una promessa “a prescindere” di esiti, approdi, risultati migliori di quelli precedenti non è per forza una buona idea. Né nell’ambito della sfera privata, né, ancor di più, nell'ambito dello spazio pubblico.

Provo a fare qualche esempio. Nuovo Piano del lavoro mi piace, nuova precarizzazione del mercato del lavoro no. Innovazione mi piace, nuovismo no. Nuovi investimenti nella ricerca si, nuovi cervelli in fuga no. Nuovi processi di digitalizzazione - internazionalizzazione delle piccole e medie imprese, internet delle cose e internet dell’energia, nuove città intelligenti si, si e si. Nuovi tagli allo stato sociale, nuove riduzioni dei diritti e delle tutele dei lavoratori e dei cittadini no, no e no.

Mi fermo qui, che si potrebbe continuare all’infinito, per segnalare che anche associare nuova politica a buona politica non è per forza automatico, che non è mica vero che alla novità del nome corrisponda la novità della “cosa” che il nome definisce, come dimostra la frequenza con la quale, dal crollo del muro di Berlino ad oggi, sono stati dati nomi nuovi a contenitori, partiti, concezioni e modi di fare politica in gran parte basati sull’apologia dell’uomo solo al comando.

Insomma nuovo non vuol dire migliore del precedente a prescindere, come ci segnalano purtroppo ogni giorno le cronache da un mondo dilaniato in maniera inaccettabile da nuove guerre, nuovi terrorismi, nuove violenze alle persone, donne e bambini in primo luogo; sarà utile dunque - ogni qualvolta esso serve a nascondere cose vecchie, brutte, ingiuste - non stancarsi di contrastare su ogni terreno - culturale, sociale, politico - l’arbitraria tendenza ad abusare di questo termine. Dopo di che noi speriamo che ce la caviamo. Dopo Sabato 25 Ottobre speriamo di più.

 

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Di Vincenzo Moretti il 27/10/2014 alle 12:57 | Non ci sono commenti

21/10/2014

Smart Napoli Bay

Il passaggio dai bit agli atomi è per oggi 21 Ottobre, alle 17.00, alla Bersagliera, Borgo Marinari, Napoli, con l'incontro promosso da Titti Cimmino,  Angelo Costa, Umberto De Gregorio, Elisa Leone, Enrico Pennella e Francesca Santagata che nel 2012 hanno fondato su Facebook il gruppo democratici contro il fumo rivoluzionario della giunta de Magistris, e contro le tessere, "con l'intenzione di rappresentare un luogo di riflessione e di confronto tra iscritti ai partiti e non iscritti, simpatizzanti o semplici osservatori interessati al dibattito politico all’interno del centro sinistra, non più contro ma oltre de Magistris e le tessere, a favore di idee e proposte". 

Io sono stato invitato dalla mia amica Francesca, con un messaggio così pieno di entusiasmo che "nessuno si può rifiutare, nemmeno tu", e una determinazione che non si ferma davanti a nulla, neanche se  le dici "Francesca, guarda che da tempo la mia strada e quella del PD si sono separate, che io pensa che ci sia bisogno di un partito del lavoro in grado di governare con il PD e di 'costringerlo' a guardare a sinistra", perché lei ti risponde "va bene, tu vieni e in 5 minuti lo racconti alle persone che stanno lì". Entusiasmo, determinazione e anche coraggio, che poi se dovessi scegliere le parole per 'taggare' Francesca penso che sceglierei proprio quelle tre lì.

Stamattina le ho scritto di nuovo, per dirle che quasi sicuramente non ce la faccio ad andare, lei ha risposto solo "mi dispiace", e dispiace anche a me, così ho pensato di scrivere qui quello che avrei detto lì, o che magari dirò se all'ultimo momento riesco ad andare, che così faccio mente locale, organizzo meglio i pensieri, sono più sintetitico e più chiaro.

1. Le vie del PD non si incrociano più con le mie per tante ragioni, ne cito due per tutte in maniera temo troppo sintetica: 
non mi piace il modello di partito, così fortemente incentrato sull'uomo solo al comando;
considero inefficace prima ancora che arretrata l'idea di sviluppo proposta per l'Italia, così fortemente incentrata sulla competizione povera, senza visione, missione, strategia.

2. Per me l'Italia ha bisogno di: 
più politica industriale e più investimenti privati;
una politica per l’innovazione e la ricerca scientifica;
maggiori investimenti nella scuola, nella formazione, nella conoscenza;
mettere al centro delle sue strategie di sviluppo le città, i distretti, territori italiani;
incentivare e sostenere la transizione delle PMI verso l’economia digitale;
ridefinire la propria identità e la propria mission e determinare il proprio vantaggio competitivo intorno a due concetti fondamentali: qualità e bellezza. 

3. Anche nella crisi vince chi innova, chi sa scrutare i segni del tempo, chi sa capire prima degli altri che per competere meglio e crescere di più occorre investire in capitale umano, nuove professionalità e competenze, formazione, ricerca, chi sa scegliere la strada della competizione di livello alto, dello sviluppo che valorizza imprese e territori, città e distretti (culturali, sociali, produttivi) che diventano sempre più competitivi perché sanno sempre più pensare e agire come comunità di interazione che incarnano altrettanti nodi di elaborazione, di comunicazione e di scambio del sapere e del saper fare. 
Se il presente si chiama internet delle cose, internet dell’energia, internet delle città, mi sembra evidente che i tag del cambiamento e dello sviluppo sono innovazione, lavoro, persone, qualità. 
E’ sulle vie dell’innovazione, del lavoro e dello sviluppo di qualità che l’Italia può fermare il declino, può ritrovare carattere, senso, identità, missione, può riconnettere società e istituzioni, può arginare il deterioramento dello spirito pubblico, può uscire stabilmente dalla crisi, può ritrovare il legame non solo etico ma anche materiale, concreto, pratico che c’è tra lavoro, autonomia e diritti delle persone.
Perché sì, se anche i ragazzi che hanno un lavoro stabile e una retribuzione regolata dal CCNL continuano a vivere con i genitori anche dopo i 30 anni perché proprio non ce la fanno a guadagnare 1100 euro a mese e a pagare affitto, bollette e tutto il resto è ovvio che l’economia non gira e il Paese non cresce.
 
4. Penso che oggi più di ieri ci sia spazio per un partito di sinistra, come ho scritto altre volte ho detto partito, non movimento, gruppo, società civile, no, no, partito, nel quale naturalmente trovino spazio e iniziativa movimenti, gruppi, società civile, ecc., ma un partito vero, a due cifre, un partito del lavoro, di tutto il lavoro (dipendente, start-upper, artigiani tecnologi e tradizionali, auto impiego, popolo della partita iva, piccole imprese e imprese familiari, che rappresentano, è bene non dimenticarlo, la stragrande maggioranza dell'apparato produttivo nazionale). 
Un partito che parli prima di tutto ai più giovani, un partito che non è alternativo al PD, che in un paese moderato come il nostro che il PD sia la forza principale di governo mi sembra la possibilità più auspicabile, piuttosto un partito che lo 'costringa' a un’alleanza a sinistra, e lo condizioni sui programmi e sulle cose da fare. 
Un partito che abbia un’idea di Paese che dà più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che sai e sai fare e meno valore a ciò che hai, e che lavori e contribuisca a formare una classe dirigente in grado di sostenere questa visione.
Un partito che percorre con coerenza e pazienza questa strada e così toglie voti all’astensionismo, alla sfiducia, alla defezione, all’idea che la politica è una cosa sporca, che se paghi le tasse e lavori sei un fesso e se invece hai i soldi sei uno buono, indipendentemente da come li hai fatti, i soldi.

5. Napoli, con la sua area metropolitana, è naturalmente, per me napoletano, parte fondamentale di questo percorso. 
Napoli è cultura, umanità, bellezza. Napoli è sapere e saper fare. Napoli è mare. Napoli è la sua Baia, come la racconta il mio amico Francesco Escalona, da Monte di Procida a Sorrento, Capri, Ischia e Procida comprese. 
Si, proprio così, Smart Napoli Bay, un'occasione mancata, l'ennesisma, o uno straordinario esempio di Città Metropolitana Intelligente, uno  straordinario incubatore - molitplicatore di innovazione, di lavoro, di qualità, di bellezza.  
 
6. Per me queste cose qui possono entrare da subito in un programma di governo per Napoli e la sua area metropolitana. Sì, da mò, da adesso. E la classe dirigente che si candida a Napoli deve discutere e far discutere la città metropolitana di queste cose, individuando con un percorso il più possibile partecipato le risorse, gli obiettivi, le cose che vengono prima e quelle che vengono dopo, i soggetti che hanno la responsabilità di realizzarle, i risultati attesi. 
E insieme a questo la classe dirigente che si candida a Napoli deve avere il coraggio di lanciare una grande campagna di educazione alla cittadinanza, perché Napoli, tutta Napoli, molti dei suoi salotti civici compresi, è troppo abituata a essere suddita e troppo poco abituata a essere cittadina, con i diritti e soprattutto i doveri che l'esercizio della cittadinanza comporta, che non a caso abbiamo una storia così ricca di Masaniello.  
 

TAG qualità partito democratico titti cimmino angelo costa umberto de gregorio elisa leone enrico pennella francesca santagata innovazione partecipazione lavoro internet napoli

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Di Vincenzo Moretti il 21/10/2014 alle 08:32 | Non ci sono commenti

22/09/2014

Di Nord e di Sud, di Sopra e di Sotto

E’ accaduto qualche giorno fa, stavo leggendo La storia del mondo in dodici mappe di Jerry Brotton (Feltrinelli) e mi sono venuti in mente Rocco Scotellaro e L’uva puttanella, Contadini del Sud (Laterza), la parte in cui racconta dei giorni del carcere, di lui che dei 170 “collegianti” era il solo che aveva studiato, dei suoi compagni che gli chiedono di leggere qualcosa, di lui che non dice di no, perché i libri sono importanti, perché “con un libro al capezzale, anche la morte è una tenera amante.” 

Perché mi sia venuto in mente proprio Scotellaro non lo so, so che sono contento che sia successo per almeno tre ragioni. La prima è che mi piace Scotellaro, uomo dalla testa solida dall’animo nobile e dal cuore traditore, che altrimenti non se lo sarebbe portato via a 30 anni, con grave danno per il Sud e per l’Italia intera. La seconda è che penso che esista una connessione forte tra il fatto che il 90% degli italiani non leggano libri e il modo in cui in Italia le cose vanno come vanno, compreso il fatto che siamo sempre in cerca dell’imbonitore uomo solo al comando in grado di proiettarci nel blu dipinto di blu, che basterebbe aver letto 1984 di George Orwell e ci saremmo tolto il vizio una volta e per sempre, e ci saremmo resi conto che la partecipazione attiva e consapevole è più faticosa ma è l’unica a produrre risultati veri. La terza è che il libro di Brotton racconta di sud e di nord in maniera per me inusuale, sorprendente.

Leggete qui: “
La decisione di orientare le mappe in base a una direzione privilegiata varia da cultura a cultura, ma non esiste una ragione puramente geografica per cui una direzione sia da considerarsi migliore dell’altra, o per cui le moderne mappe occidentali abbiano adottato l’assunto che il nord debba essere posto al vertice di tutte le mappe del mondo.
Perché il nord abbia finito per trionfare come direzione privilegiata nella tradizione geografica non ha mai trovato una spiegazione pienamente convincente”, […] non c’è ragione per cui non potesse essere stato il sud invece del nord ad essere adottato come punto d’orientamento più semplice. E infatti i cartografi musulmani musulmani continuarono a tracciare le loro mappe ponendo il sud in alto anche dopo l’introduzione della bussola.  Quale che siano le ragioni dell’adozione finale dell’adozione finale del nord come direzione privilegiata sulle mappe del mondo, è del tutto evidente che, come dimostreranno i capitoli seguenti, non esistono argomenti persuasivi per scegliere una direzione piuttosto che un’altra”. 

La morale della citazione? Il fatto che nelle mappe geografiche il nord stia “in alto”, “sopra”, e il sud sta “in basso”, “sotto”, è soltanto il frutto di una convenzione. 
Dite che così è evidente dove voglio arrivare? Sono d’accordo. E aggiungo anche che queste storie del nord e del sud, del sopra e del sotto, bisogna raccontarle nelle scuole. E che mi piacerebbe “vedere di nascosto l’effetto che fa” alla Lega Nord scoprire che a mappa invertita sarebbe la Lega Sud.  
Così, per gioco. O anche no.

TAG nord rocco scotellaro jerri brotton george orwell sud

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Di Vincenzo Moretti il 22/09/2014 alle 11:26 | Non ci sono commenti

29/07/2014

La cumana, il Mahatma e Shamal Batt

Debbo la scoperta del poeta guajarati Shamal Batt a Jacques Attali, che nel suo bel libro su Ghandi (Campo dei Fiori, Fazi editore) cita questi bellissimi versi:

Per un bicchiere d’acqua, offri un buon pasto,
Per un’accoglienza gentile, inchinati con zelo,
Ripaga un penny con dell’oro,
Rendi dieci volte i favori che ricevi.
I veri nobili sanno che tutti gli uomini sono una cosa sola
E amano ripagare il male col bene.

E’ accaduto nel primo pomeriggio di un sabato di un paio di settimane fa, alla stazione di Fuorigrotta della Cumana, mentre aspettavo il treno direzione Torregaveta. Ricordo che ho letto, mi sono fermato, ho riletto, non mi sono stupito di Ghandi che un giorno paragonerà questo testo al Discorso della Montagna di Gesù, sono riandato con il pensiero a qualche pagina prima, laddove  Attali scrive che “Per troppo tempo l’Occidente ha rifiutato a tutti questi popoli colonizzati, definiti primitivi o barbari, lo status di esseri umani. Oggi sono visti come una minaccia. In realtà sono delle promesse. Il loro destino mostra inoltre che se la lotta dei popoli per la libertà non si iscrive nel quadro di un’etica e di una metafisica, se la lotta per cambiare gli altri non comincia da una lotta quotidiana per cambiare se stessi, essa rischia di portare solo a un cambio di padrone”. 

E’ stato qui che è arrivato il treno. Ho chiuso il libro, sono salito, mi sono seduto e mi sono ritrovato in questo vagone pieno di carte, e di buste di patatine, e di bottigliette di plastica, che svolazzavano e rotolavano, a destra e a sinistra, avanti e indietro, a seconda del movimento della carrozza.
Ho sentito il fisico ribellarsi: crampi allo stomaco. La testa cedere: senso di impotenza, sfiducia, rabbia feroce, quella che potendo gli torceresti il collo a uno a uno a questi figli ingrati, incolti, indifferenti, masochisti, della tua bella Napoli. A seguire l’attivismo del calabrone: stasera mi porto scopa e paletta e la carrozza la pulisco da me; no, bisogna contattare gli amici di Cogito Ergo Sud e proporre una campagna per sensibilizzare i passeggeri a tenere puliti i treni; no, bisogna stampare dei volantini e distribuirli all’ingresso delle stazioni e sui treni. infine la domanda impossibile: ma riusciremo mai ad amarla davvero, dunque a cambiarla, questa città?

Sono arrivato. Mentre scendo mi vengono in soccorso Hans George Gadamer, la sua mirabile conferenza all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, le sue due parole chiave: pazienza e lavoro. Certo che non è facile, ma se la lotta per cambiare gli altri comincia dalla lotta per cambiare se stessi bisogna per forza cominciare dalle teste, dalla cultura, dall’approccio, e se non ci si mette tanta pazienza, e lavoro, non ce la si fa. O no? 


 

TAG cumana ghandi shamal batt gadamer jacques attali

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Di Vincenzo Moretti il 29/07/2014 alle 17:25 | Non ci sono commenti

01/07/2014

Storie di periferia, di dignità e di rispetto

Mi ero ripromesso di non parlarne.
Troppe cose che non stanno al loro posto, troppa retorica, troppi luoghi comuni, troppi ragionamenti “a prescindere”, troppo poco rispetto per un ragazzo morto e per la sua famiglia, troppe parole scritte sulla sabbia, che per questo il mare se le porta via. 
Ho cambiato idea perché il mio amico giornalista Gennaro Prisco ha scritto questo:
“Il funerale di Ciro Esposito si è sciolto nel suo autolavaggio, frutto del lavoro di un intera famiglia che fa le cose per bene. Ho ascoltato il racconto di una ragazza che lo vedeva uscire alle sette del mattino con il sorriso sulle labbra e tornare per il pranzo con addosso gli abiti da lavoro e poi ridiscendere per tornare al suo lavoro fino a sera. Lì dove, insieme a tanti altri cittadini di Scampia, sono andati a far lavare l'auto i poliziotti del commissariato, che qui, da qualche tempo, è un presidio dello Stato rispettato. Vivendo questi momenti ho pensato che questa è una storia da raccontare su le Vie del Lavoro, un’occasione per far diventare patrimonio della Nazione la narrazione del lavoro fatto con passione, quello che da dignità, rispetto e qualche volta rende felici.”
Perché anche il più noto giornalista Gad Lerner ha scritto un post, si intitola “Perché mi hanno fatto paura i funerali di Ciro Esposito”, e finisce con “A fine agosto si ricomincerà esattamente come prima. Il silenzioso Genny ‘a Carogna [..] continuerà a comandare su uno spazio vuoto che è poi lo spazio crescente della disperazione sociale e della miseria culturale.”
E a me è venuta voglia di dire due cose.
La prima è che il lavoro che da dignità, rispetto e qualche volta rende felici di cui parla Prisco è il principale antidoto alla disperazione sociale e alla miseria culturale di cui parla Lerner.
La seconda è che è venuta l’ora di vederla di più questa possibilità, di raccontarla, di sostenerla, di farla crescere.
Qualche settimana fa, al Rione Sanità, discutendo con alcuni studenti dell’Istituto Caracciolo, ho chiesto loro perché nelle serie televisive tipo Gomorra non si parla delle cose buone che succedono alla Sanità, a Scampia, al Rione Luzzatti.
La risposta? “Perché non fa audience”.
Posso dire che sono d’accordo? E aggiungere che è venuta l’ora di far diventare di moda le storie di lavoro, di dignità, di rispetto che si vivono ogni giorno da quelle parti?
Perché si, le storie di moda si imitano, definiscono nuovi miti e nuovi eroi, attivano buone pratiche, producono cambiamenti nelle teste delle persone e nella cultura dei territori.
Segnalo che cominciamo ad essere in tanti a pensarlo. E a farlo.

TAG rione luzzatti gennaro prisco gad lerner rione sanità scampia

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Di Vincenzo Moretti il 01/07/2014 alle 11:03 | Non ci sono commenti

16/06/2014

Letture ad Alta Voce

 No, lo giuro, non sono fissato. E' che sono proprio convinto che leggere nuoce gravemente all'ignoranza, e così ogni volta che posso ci ritorno su. 
Questa volta accade a Narni, in Piazza Cavour, il prossimo 29 giugno, a partire dalle 20.30.
 
Si chiama Letture ad Alta Voce e, come ci racconta Anna Laura Bobbi, una delle promotrici,  
"nasce a Narni nel 2009 su stimolo dell’associazione Librarsi e in adesione alle iniziative promosse dall’Associazione Nausika di Arezzo.
La nostra manifestazione, a differenza  di quelle dei circoli che si sono formati in tutta la penisola  ha mantenuto una caratteristica di spontaneità, nel senso che organizziamo annualmente le letture mantenendo stabili il periodo, il luogo di svolgimento e il tempo.
Il tema è solitamente libero e l’iniziativa è volutamente priva di strutturazione: legge chi vuole, suggerisce letture chi non vuol leggere, partecipa chi ama ascoltare e si è appassionato all'iniziativa. Noi garantiamo la predisposizione dello spazio, la promozione dell’evento e la nostra passione consapevole di lettori  convinti del valore autenticamente fondativo dell’amore per la lettura che aiuta a pensare, suscita emozioni, accompagna, spaesa e fa viaggiare, stimola il ricorda e permette alle radici di scavare in profondità e radicarsi nel nuovo e nel futuro. 
Ci accompagna la volontà di aderire anche noi ai circoli e darci una base organizzativa più metodica. Ci dobbiamo migliorare, e lo sappiamo. La fiducia e il sostegno di tanti amici ci permette di pensare al futuro di queste iniziative, autofinanziate e supportate da una base escluisivamente di volontariato e d cittadinanza attiva".

Cosa aggiungere ancora?
Che se siete di Narni o dei comuni limitrofici pote mettere da parte il vostro libro preferito e partecipare a questa bellissima iniziativa.

Che se state troppo lontani potete organizzarvi, non dico per fine Giugno ma per fine Luglio, Agosto e anche Settembre si, e organizzare anche nella vostra città un'iniaziativa di questo tipo.

Che se ancora non siete convinti leggete la pagina che promuove l'iniziativa, che al quel punto lì è quasi impossibile resistere:

LaAV è una rete di circoli che favoriscono la Lettura ad Alta Voce senza preclusioni di luoghi, tempi, spazi.
LaAV si serve anche di professionisti e organizza momenti di “spettacolo” ed “eventi” legati alla Lettura, ma è, soprattutto, una rete di volontari che aderiscono al motto: IO LEGGO PER GLI ALTRI
LaAV vuole diffondersi con la velocità e la forza di un’epidemia e coinvolgere più persone possibile che, in ogni luogo, ad ogni ora, leggano per gli altri, in modo organizzato, disorganizzato, estemporaneo, programmato etc…
Le idee alla base di LaAV sono:
la Lettura ad Alta Voce è una pratica di civiltà;
la Lettura ad Alta Voce favorisce l’ascolto e la relazione;
la Lettura ad Alta Voce fa crescere le persone;
la Lettura ad Alta Voce è un modo per sviluppare competenze in chi legge e in chi ascolta;
la Lettura ad Alta Voce è un modo semplice ed efficace di fare volontariato culturale;
la Lettura ad Alta Voce è un potente antidoto alla crisi economica e morale;
la Lettura ad Alta Voce è semplice e fruibile;
la Lettura ad Alta Voce si può diffondere facilmente;
la Lettura ad Alta Voce non conosce limiti di età né di ceto sociale;
la Lettura ad Alta Voce è gradevole;
la Lettura ad Alta Voce tesse legami;
la Lettura ad Alta Voce sviluppa l’immaginazione;
la Lettura ad Alta Voce migliora la salute fisica;
la Lettura ad Alta Voce fa bene ai bambini, ai giovani, agli adulti, agli anziani;
la Lettura ad Alta Voce non fa distinzioni di generi;
la Lettura ad Alta Voce è coinvolgente;
la Lettura ad Alta Voce è un servizio;
la Lettura ad Alta Voce è utile;
la Lettura ad Alta Voce favorisce lo sviluppo umano equilibrato.

Buona partecipazione.
 

 

TAG associazione librarsi associazione nausika letture ad alta voce anna laura bobbi

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Di Vincenzo Moretti il 16/06/2014 alle 18:05 | Ci sono 2 commenti

21/05/2014

@MarcoPolo. Letture multilingue partecipate

Va bene, lo confesso, le ho creduto sulla parola. Certo che poi ho letto, ho guardato i video e ascoltato gli audio, ma non l’ho fatto tanto per verificare quanto per placare la curiosità, l’eccitazione, la voglia di esserci. No, non mi sento in colpa, penso che voi avreste fatto come me se Maristella Tagliaferro, ideatrice del progetto @MarcoPolo, di cui cura la regia e la presentazione, vi avesse scritto “Vincenzo, credimi, è stato bellissimo il 6 febbraio ascoltare Calvino in iracheno, in capoverdiano, in serbo ...

Ciascuno di quei ragazzi ci ha messo l’anima, ci ha fatto vivere echi della sua cultura … E i dialetti poi! Pensa che per la lettura collettiva multilingue de Le avventure di Pinocchio, il libro italiano più tradotto nel mondo, ancora a Roma, alla Biblioteca Nazionale, si è scatenata la gara dei dialetti, con testi e audio arrivati da tutta l'Italia, dal Provenzale della Val d’Aosta alla lingua Greca di Calabria passando per saluzzese, veronese, salentino, catanese: 60 traduzioni in dieci giorni, con cinque versioni solo da Matera ... Il tutto mettendo insieme le competenze di nonne, padri, zie, figlie, nipoti che hanno collaborato riscoprendo legami sopiti con i vari rami della famiglia. E poi noi, la generazione tra i 40 e i 60 anni che mettendoci a scrivere nella lingua madre che ci era stata severamente vietata da piccoli abbiamo superato il tabù del dialetto e riscoperto ricordi ed emozioni per troppo tempo represse”.

Ecco, adesso che vi siete sentite/i come mi sono sentito io vi posso dire che:
il progetto @MarcoPolo è un viaggio per scrivere insieme nuove pagine di Cultura attraverso la lettura, il canto, il suono di testi diversi, sia letterari che musicali;
con @MarcoPolo ogni partecipante è un protagonista, anche se solo per un minuto, arriva preparato sul testo, ascolta con partecipazione gli altri, impara dal confronto cose nuove; 
le prossime tappe in calendario del @MarcoPolo Tour prevedono per il 21 giugno 2014, alle ore 18, @MarcoPolo_Roncade: solstizio con Calvino, nell’ambito del Festival dei luoghi e delle Emozioni (FLE), si leggerà da "Le città invisibili" nel Parco del Musestre, uno dei tre fiumi che attraversano la cittadina trevigiana, e per il 5 settembre 2014, alle ore 16, @MarcoPolo _Pinocchio all'Istituto Italiano di Cultura di Vienna, nell'ambito della Festa dei Dialetti organizzata dall'Associazione Pomarancia;
se avete voglia di organizzare anche voi una lettura collettiva multilingue e aperta a tutti del “classico” del vostro cuore potete contattare Maristella Tagliaferro inviando una mail a marcopolo.citta@gmail.com.
Ecco, per ora è tutto.
Buona lettura.

TAG calvino maristella tafliaferro @marcopolo letture multilingue pinocchio

ARCHIVIATO IN Rassegna Sindacale

Di Vincenzo Moretti il 21/05/2014 alle 10:50 | Non ci sono commenti

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