21/05/2013
Se una notte d'estate un segretario
A proposito di gioco, dato che più che fare il giornalista mi piace giocare con le parole adesso vi racconto una storia. Questa:
“C’era una volta un segretario di partito che non era proprio un segretario perché era stato eletto a tempo determinato, e non aveva proprio un partito perché quello che c’era aveva vinto senza vincere le elezioni, aveva bruciato due candidati Presidenti e non aveva più un’identità. Il segretario però non si perse d’animo, avrebbe cercato di fare al meglio quel che gli avevano chiesto di fare, e così prese a girare, a girare e girare per sostenere i candidati sindaci e per incontrare militanti e dirigenti del territorio che lui lo sapeva che per ricostruire bisogna partire dalla base perché senza il corpo e le braccia e le gambe poi la testa non hai dove appoggiarla.
Sì, girava, anche se si rendeva conto che lui era solo e i problemi erano tanti. Fu proprio durante un viaggio in treno che gli capitò tra le mani lo studio del Senato. Parlava di come i media civici digitali possono sostenere la partecipazione dei cittadini alla vita democratica.
Leggeva, e pensava a come tutto questo avrebbe potuto aiutarlo nel suo lavoro. L’idea non era mica di sostituire il lavoro faccia a faccia, che quello per chi fa politica deve essere la regola, si trattava piuttosto di affiancare a quel lavoro lì quest’altro, di organizzare in maniera seria la partecipazione degli iscritti, del popolo delle primarie, dei cittadini, alle scelte e alle decisioni del partito e dei gruppi parlamentari, anche attraverso l’invio di petizioni e di disegni di legge di iniziativa popolare.
Ci pensò e ci ripensò finché si disse che tornato a Roma avrebbe chiamato quei ragazzi conosciuti durante il convegno sulle start up digitali e avrebbe chiesto loro di mettere su il sistema, selezionare e formare i compagni dei circoli territoriali, gli assistenti dei gruppi parlamentari, i componenti della struttura nazionale e avviare la sperimentazione, perché questa cosa doveva funzionare sul serio, mica come in quelle storie che si parla tanto di popolo della rete e poi a partecipare davvero sono in poche centinaia.
Fu a quel punto che il bip del telefono lo svegliò. Il giornalista gli chiese della posizione del partito sulla giustizia. Lui prima riattaccò e poi spense. Questo tratto è pieno di gallerie, pensò. E riprese a sognare.
Di Vincenzo Moretti il 21/05/2013 alle 08:44 | Non ci sono commenti
03/05/2013
La notte del lavoro narrato
È stata la mia amica Paola Ferretti a parlarmi di ReggioNarra, tra un caffè e una fetta o anche due di buon pane con la marmellata, lo yogurt bianco che poi ci metti dentro la macedonia di frutta fresca, i pasticcini al cocco che a me piacciono un sacco e un bel po' di belle chiacchiere che messo tutto assieme fa sì che quando sono a Reggio Emilia mi fermo al B&B che Paola ha messo su con il marito Enrico.
Lei parlava, e io pensavo a come sarebbe bello portare questa esperienza nella mia città. Lei parlava, e io pensavo noi il background culturale per mettere su una cosa così ce l'abbiamo, il primo a pensare la fiaba come forma di espressione popolare è stato Giambattista Basile, questa è storia”. Lei parlava, e io pensavo gli insegnanti giusti per portare avanti un progetto così ce l'abbiamo, i maestri di strada sono nati da noi, vuoi che non troviamo le persone giuste?”. Lei parlava e io pensavo certo che ci vuole un'istituzione che investe risorse in un progetto così, c'è da coordinare gli insegnanti, da formare le famiglie, da scritturare un pò di narratori professionisti, insomma un'istituzione come il Comune di Reggio e a quel punto lì mi sono fatto coraggio approfittando del fatto che uno pensa tutte queste cose mentre ascolta la sua amica e non ha tutto questo tempo per pensare preciso preciso e magari fa prevalere la propria voglia di fare. É stato lì che Paola ha citato “La notte dei racconti”. Cos'è? - le ho chiesto -. Guarda sulla pagina del sito - mi ha risposto-, altrimenti io faccio tardi a lavoro.
Ho aperto la pagina del sito. E ho trovato questo:
“Tutti insieme, tutti alla stessa ora, ma ognuno con chi vuole: adulti e bambini attorno a storie, avventure ed emozioni da leggere, narrare ed ascoltare. La notte dei racconti è una proposta che le singole famiglie potranno realizzare all’interno delle proprie case, accogliendo, se lo desiderano, amici e conoscenti per condividere le letture e le narrazioni che i partecipanti sceglieranno e interpreteranno. Un’iniziativa che è aperta anche a luoghi pubblici come Nidi, Scuole dell’infanzia e Primarie, che potranno cogliere questa opportunità per dare vita a questo evento in piena libertà. Da Reggio Emilia un invito all’Italia, all’Europa, al Mondo, per riscoprire il valore e la magia del racconto, in un moltiplicarsi di voci che come stelle accenderanno La notte dei racconti”.
Non so voi a questo punto cosa avreste fatto, io ho pensato di connettere ReggioNarra con Le vie del lavoro, ho preso sul serio l'invito e ho pensato di lanciare “La notte del lavoro narrato”. Proprio così. “Tutti insieme, tutti alla stessa ora, ognuno con chi vuole, nelle case, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle associazioni, per leggere, narrare, ascoltare storie di lavoro”.
Ho persino una proposta per il giorno in cui farlo, il 30 aprile, che secondo me aspettare così il Primo Maggio fa bene alla memoria, al futuro e al cuore. Dunqe eccomi qua. Cerco genitori, studenti, giovani, lavoratori e poi anche istituzioni, scuole, biblioteche, associazioni, media cartacei e digitali disposti a dare una mano per trasformare questa piccola idea, ispirata da ReggioNarra, in un grande fatto. Non voglio tutto e subito, mi basta cominciare da una parte, che poi magari si riesce a mettere su una rete e poi magari le reti si moltiplicano e con esse si moltiplicano le opportunità. Sì, io continuo a pensare che funziona come nelle costruzioni, che per fare l'astronave devi incastrare i diversi mattoncini uno ad uno e devi farlo nel modo giusto. Io intanto ci metto il mio, se anche voi ci mettete il vostro sono convinto che ce la possiamo fare.
p.s.
Per aderire alla petizione su Change.org non dovete fare altro che cliccare qui.
Di Vincenzo Moretti il 03/05/2013 alle 19:46 | Non ci sono commenti
26/04/2013
Lucia, la speranza e il lavoro
Giovedì 18 aprile 2013. Sera. Sulla chat di Facebook appare il nome Lucia Iovine. Non so chi sia, nel mondo dei social network accade più di frequente che nella vita “reale”, in compenso è meno imbarazzante, che quando capita che qualcuno ti ferma e comincia a parlarti di pezzi di vita condivisa mentre tu cerchi disperatamente di rispondere alla tua domanda, “chi è e dove ci siamo conosciuti?”, prima che lei o lui ti faccia la sua, “ma hai capito chi sono?”, si possono vivere momenti di autentico panico.
Leggo. Lucia scrive che la sera prima ha partecipato alla presentazione del mio libro alla Feltrinelli a Caserta e che mi fa i complimenti che non mi ha fatto dal vivo perché purtroppo è dovuta andare via qualche minuto prima della fine, aggiunge un po' di altre cose che a chi scrive un libro umanamente fa piacere leggere dopo di che arriva al punto per il quale ho deciso di raccontarvi di lei:
“È stata un'ulteriore occasione per riflettere sul futuro dei giovani. Sono sincera, di questi tempi non è semplice raggiungere i propri obbiettivi, non è facile nemmeno più trovare un semplice lavoro, per questo ho sempre avuto timore del futuro, di non riuscire a realizzarmi, non perché io non lo voglia, ma perché i tempi ce lo impediscono. È triste sapere che a 18 anni si è persa la speranza. Ma dopo avervi ascoltati è come se una piccola fiaccola di speranza si sia riaccesa dentro di me. C'è sempre una speranza, ed è importante che, in qualsiasi modo si voglia, questa speranza venga trasmessa. Assieme alla speranza così anche l'impegno, la passione e l'amore nel fare il proprio lavoro”.
Ora, se lasciamo da parte i meriti che Lucia attribuisce a noi che abbiamo presentato il libro, e il film documentario che a esso è associato, perché è evidente che lei la speranza, poca o tanto che sia, c'è l'ha dentro di suo, altrimenti non l'avrebbe mai ritrovata, ci sono almeno due considerazioni che le sue parole ci permettono di fare. La prima è che un Paese nel quale ragazze e ragazzi come lei pensano, a 18 anni, di non avere speranza, non ha più molto tempo per invertire la rotta, per cambiare marcia. La seconda la riassume Lucia con la frase finale del suo messaggio: “C'è sempre una speranza, ed è importante che, in qualsiasi modo si voglia, questa speranza venga trasmessa. Assieme alla speranza così anche l'impegno, la passione e l'amore nel fare il proprio lavoro”.
Sì, speranza. E Lavoro. Due parole importanti per il l'Italia. Bisognerà farlo capire alle nostre classi dirigenti. Del resto se non ora, quando?
Di Vincenzo Moretti il 26/04/2013 alle 21:47 | Non ci sono commenti
09/04/2013
Cos'è il lavoro per noi
Due ragazze hanno recitato poesie, un ragazzo ha fatto una domanda a Jacopo Mele, uno dei protagonisti del film documentario diretto da Alessio Strazzullo, infine una delle ragazze che aveva recitato la poesia ha tirato fuori un foglietto spiegazzato e ha cominciato a leggere. Così:
Per noi il lavoro è il futuro, senza di esso non puoi vivere, costruire un futuro o una famiglia.
Da grandi scegliamo un lavoro che, forse, ci piace. Ma dobbiamo ricordare che per lavorare ci vuole volontà, applicazione, bisogna avere passione perché altrimenti il lavoro non viene fatto bene. Anche in quelli più semplici bisogna metterci l'anima.
Oggi molte persone si suicidano perché non hanno un lavoro. Sanno che senza non possono andare avanti. Nonostante la nostra Repubblica sia fondata sul lavoro per strada ci sono tanti disoccupati.
Ormai il lavoro sta diventando come l'oro, prezioso. Ognuno si tiene stretto il proprio ma a volte scorda di metterci il cuore. La passione, l'applicazione, la volontà sono le cose più importanti per lavorare. Non è importante ciò che fai ma come lo fai.
L'uomo fin dall'inizio della sua storia ha sempre lavorato, e oggi trovarsi senza lavoro è come aver smarrito la retta via.
Cosa aggiungere ancora?
Che ci piace che ragazze e ragazzi di 14 anni abbiano discusso in classe di lavoro, ci abbiano lavorato su e siano intervenute/i nella discussione con il frutto del lavoro e delle idee che hanno confrontato tra loro e con le/i loro prof. Ci piace che ciò accada in un territorio, la Valle dell'Orco, nel quale i nonni e gli zii più vecchi di questi ragazzi, artigiani, solevano esporre all'ingresso delle loro botteghe la scritta "ciò che va quasi bene non va bene" come a testimoniare il loro rigore e il loro impegno nel lavoro, la loro soddisfazione nel farlo bene. Ci piace la possibilità che il lavoro, il suo valore, il suo significato, contribuiscano a dare dignità, senso, identità a generazioni diverse, e a rafforzare i legami che le uniscono. Continuate a seguirci. Abbiamo ancora tante cose da raccontare.
Di Vincenzo Moretti il 09/04/2013 alle 13:42 | Non ci sono commenti
02/04/2013
Condivisione. Forzata?
Quando questi ragazzi di Exodus (la comunità di recupero fondata da don Antonio Mazzi) ti spiegano che nella loro comunità la vita e il tempo li condividi per intero; che mangiare, dormire, fumare, guardare un film, fare sport, lavorare non sono mai un’attività individuale, ma sempre collettiva; e quando poi ti dicono delle difficoltà che tutto questo comporta, soprattutto all’inizio, e poi ti raccontano che più vanno avanti e meglio si rendono conto che più condividono e più stanno meglio, fisicamente e mentalmente, con la testa e con il cuore, allora ti stanno suggerendo qualcosa che non è banale, che non vale solo per loro e che può avere un valore generale.
Ma poi le regole non sono anche uno strumento per “forzare” i processi di condivisione? E quando si vuole recuperare un gap, uno squilibrio, non c’è forse bisogno di “forzare” il corso per così dire normale dei processi economici e sociali?
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate voi. E anche cosa ne pensa Luca. Se invece voi volete sapere cosa ne pensa la Comunità Exodus di Cassino, non vi perdete il prossimo numero di Bea. Buona partecipazione.
Di Vincenzo Moretti il 02/04/2013 alle 14:32 | Non ci sono commenti
25/03/2013
Ciò che va quasi bene ... non va bene
La passione dell'Italia per il lavoro ben fatto. La voglia di fare normalmente bene le cose che devi fare, semplicemente perché è così che si fa. L'idea si è affacciata nella mia testa a Tokyo, al Riken, uno degli istituti di ricerche chimiche e fisiche più importanti del mondo. Ci sono arrivato nel 2008 per capire perché l'attività di ricerca sviluppata da menti preparate in luoghi sociocognitivi serendipitosi produce risultati particolarmente interessanti. Sono stato lì per l'intero mese di marzo, e mentre osservavo e intervistavo scienziati e ricercatori, e facevo domande, e prendevo appunti che poi ho sviluppato nel mio rapporto di ricerca (lo trovate su Scribd in italiano e inglese), provavo il disagio non certo sottile del sociologo che viene da una città sommersa dall'immondizia e quando gli chiedono “ma perché voi napoletani sopportate una cosa così” non sa letteralmente cosa rispondere. Sì, è stato lì che ho pensato per la prima volta che un giorno avrei raccontato la mia città attraverso la passione di noi napoletani per il lavoro, la nostra voglia, e la capacità, di farlo bene.
Quel giorno è arrivato, per genio e per caso, tre anni dopo, e così è nato Bella Napoli, Storie di lavoro, di passione e di rispetto. Avrei potuto fare pace con me stesso (ma esiste davvero questa possibilità?) e invece il libro è stato il pretesto per cercare e creare nuove opportunità, e moltiplicarle. È nata così la collaborazione tra Fondazione Ahref e Fondazione Giuseppe Di Vittorio, e da qui Le vie del lavoro, narrazione e inchiesta partecipata sul lavoro ben fatto, alla quale se volete pote contribuire, sulla piattaforma Timu, sia nella sua versione originaria, sia nella versione dedicata ai giovani italiani che si fanno strada nel lavoro e nello studio in Italia e all'estero. È stato così, e grazie al mio amico Sabato Aliberti, che sono arrivato a Siano, in provincia di Salerno, per la presentazione del libro, e lì mi hanno raccontato di questo motto che campeggiava all'ingresso delle botteghe artigiane, “ciò che va quasi bene … non va bene”, che fosse per me lo renderei obbligatorio all'ingresso di tutte le scuole e le università e gli uffici e le aziende italiane. È stato così che ho cominciato a convincermi che valeva la pena insistere ancora di più sul valore e la cultura del lavoro per attivare quei processi di cambiamento culturale e sociale di cui il Paese ha bisogno.
L'incontro con Gennaro Cibelli, Castel san Giorgio e le tante facce del fare bene le cose, quella del maestro ebanista Antonio Zambrano prima di tutte, si è rivelato un altro tassello importante del progetto che Alessio Strazzullo and me ci eravamo impegnati a portare avanti.
Già, Alessio. Con l'avvio de Le vie del lavoro si è conquistato un ruolo da protagonista assoluto, sia alla voce umanità che alla voce professionalità (il suo “Vincé, non ti preoccupare, è sicuro al cento per cento” è un altro dei messaggi che prima o dopo dovremo mettere in una bottiglia), non è stato importante soltanto per il romanzo e il film, di cui dirò tra poco, ma anche per tutte le cose che ci sono state in mezzo, la metodologia, l'approccio, TEDxNapoli, CNA Next e tante altre cose di cui potete trovare facilmente traccia in rete e sul nostro blog.
È dato questo contesto che è nata l'idea dei dieci, cento, mille Omero che a partire dal lavoro interpretano il loro tempo e per questa via danno ad esso un senso, lo condividono con gli altri, diventano parte di quella nuvola di narratori di cui ho raccontato nel saggio “Cloud Storytelling e Societing Organization” contenuto in “Societing Reloaded” il bel volume ideato e curato per Egea da Adam Arvidsson e Alex Giordano.
E via così fino a Testa, mani e cuore e La tela e il ciliegio, il romanzo e il film che il 22 marzo 2013 abbiamo presentato alla Feltrinelli Libri e Musica di Napoli e su Youtube. Sì, un romanzo e un film, che magari non seguono i canoni tradizionali, ma che per me tali sono perché non documentano, non indagano, soprattutto non vogliono insegnare niente, vogliamo semplicemente raccontare i sentimenti, le aspirazioni, l'approccio di chi lavora cercando di fare bene le cose perché è così che si fa.
Dite che è venuto il momento di fermarci? Niente affatto! Non solo il viaggio continua, ma in questi mesi che restano del 2013 vorrei allargare di più l'area della partecipazione, dipinti, canzoni, porte, rubinetti, capelli e cappelli, qualunque lavoro può diventare un'icona della nostra voglia di dare senso alle nostre vite anche attraverso il lavoro ben fatto.
Io ci conto. Conto soprattutto sui più giovani, Alessio, Costantino, Jacopo, Valeria, Gianluca, Walter, Colette, Paolo, Francesco, Alessandro, che ieri su Facebook ha caricato una nuova immagine di copertina adottando una pagina bianca con su scritto “ciò che va quasi bene … non va bene”. Sì, io dico che si può allargare il giro, il successo del film di Alessio su YouTube, mille visite in tre giorni, lo dimostra. Sì, si può provare a fare cultura intorno al lavoro a partire proprio da loro, la generazione dei “purtroppo non abbiamo budget per questo progetto”, come porta scritto Jacopo sulla sua simpatica t-shirt. Provateci, proviamoci, che intorno al lavoro ce ne sono davvero tante di cose da raccontare.
Buona partecipazione.
Di Vincenzo Moretti il 25/03/2013 alle 11:18 | C'e' un commento
06/03/2013
I don't understand
1. non ho capito che Renzi è uno che sa stare in un partito e rispetta le regole, lo abbiamo visto la sera stessa in cui si sono concluse le primarie e poi durante tutta la campagna elettorale e poi anche dopo; sì, non mi era piaciuto il suo viaggio ad Arcore, non mi era piaciuto il consenso ad alcune scelte di Marchionne, non mi era piaciuta l'idea della rottamazione, che non fa parte del mio lessico e dunque della mia cultura politica, e così ci avevo messo una croce su a prescindere;
2. non ho capito che quella “rottamazione” che tanto mi dava fastidio era l'ultima spiaggia per evitare la “grillizzazione” di un quarto dell'elettorato italiano; sì, ero consapevole della profonda disaffezione del popolo verso la classe dirigente politica, una disaffezione che per ragioni diverse prende di volta in volta la strada dell'Uomo Qualunque, di Achille Lauro, di Berlusconi, di Bossi, di Grillo, però il 25 febbraio mi è parso evidente che il mio concetto di “profondo” non era abbastanza profondo;
3. non ho capito che Renzi era un'opportunità, non un pericolo; non sto dicendo che con lui avremmo vinto, forse è così, ma i ragionamenti fatti così non portano da nessuna parte; sto dicendo che litigando con un po' di amiche e amici veri in giro per l'Italia che hanno votato per Grillo ne ho trovate parecchie/i che avevano partecipato alle primarie, avevano votato per Renzi ed erano passati con Grillo dopo la vittoria di Bersani; intendiamoci, parlo di venti persone, non ventimila, ma persone diverse, in posti diversi, con mestieri diversi e soprattutto tutta gente molto in gamba, e per bene; qui non aggiungete niente perché ci ho litigato di brutto già io, ho urlato loro che in democrazia non si può partecipare soltanto per vincere, che la strada sulla quale si sono avviate/i può essere molto pericolosa eccetera, eccetera, eccetera; con qualcuna/o di loro penso di avere anche esagerato;
4. non ho capito la cosa di cui più mi faccio una colpa, perché questa la vita me l'aveva già insegnato: anche in politica se vuoi parlare ai più giovani devi essere disposto a metterti nei loro panni, ma veramente, devi saper fare il primo passo, devi dare spazio alle loro ragioni; vedete, ho insegnato io a mio figlio Luca a strimpellare la chitarra: De André, Guccini, De Gregori, Dylan, Crosby, Still, Nash e Young, Deep Purple, Led Zeppelin e così via discorrendo; poi lui ha imparato a suonarla, la chitarra, e quando gli chiedevo di fare qualche pezzo assieme mi diceva di sì ma poi dopo una, al massimo due canzoni, si scocciava, perché a lui piacevano Vasco Rossi, gli U2, i Queen, i Metallica, Annie Lennox; sapete allora cosa è successo? io ho imparato le sue canzoni, ho scoperto gruppi e cantanti meravigliosi e ogni tanto l'ho anche costretto a suonare con me; lui a un certo punto aveva messo su una band, sono andato a sentirlo, e ho scoperto che nel programma c'erano più cover dei Led Zeppelin che dei Queen.
Quello che non ho capito mi ci vorrà ancora tempo per digerirlo del tutto anche se lo so che non è facile. In fondo non l'ha capito Napoleone che stava andando a Waterloo può capitare anche a me di non capire dove sta andando l'Italia. Però mi sono detto che se continuo a non capire è inutile che poi mi lamento e poi litigo con i miei amici. È che certe volte penso che valga anche per i partiti e i loro gruppi dirigenti. Magari di più. O no?
Di Vincenzo Moretti il 06/03/2013 alle 17:39 | Non ci sono commenti
20/02/2013
Fare. O non fare
Facciamo così, questa volta cominciamo con la “feroce” Hopper. Come chi è Hopper? La cavalletta che in “A Bug’s Life”, film animato di qualche anno fa che se vi capita non ve lo perdete, ricorda alla principessa Atta la regola numero uno del comando: “la colpa è sempre di chi comanda”. Però se il ragionamento lo vogliamo fare come va fatto, per bene, detto delle responsabilità delle classi dirigenti, che sono tante, e gravi, non dobbiamo nasconderci l'altra faccia della medaglia. Quella che Peter Schneider, una ventina di anni fa, nel pieno del ciclone Tangentopoli, ha raccontato così: "quando un popolo si sceglie per decenni dei capi corrotti, quel popolo non può diventare automaticamente pulito mandando a casa o in galera i suoi capi. I comportamenti assimilati durante il periodo della grande corruzione non si estinguono di colpo. Né possono essere aboliti per decreto. […] Gli italiani non possono ingannare sé stessi e pensare di essere immuni dalla corruzione".
E sì, senza il lato “b” è difficile capire perché la tempesta giudiziaria iniziata nel '92 produce due anni dopo la vittoria alle elezioni di Berlusconi. E si capisce ancora meno come sia possibile che venti anni dopo, e con tutto quello che ha combinato, siamo ancora qui a paventare il ritorno dell'incubo.
La stessa spinta antipartitica presente da sempre nella storia repubblicana - dall’uomo qualunque al laurismo, dalla Lega Nord al grillismo fino all'elezione di qualche sindaco “arancione” alle ultime amministrative – è in parte figlia di questa diffusa difficoltà a tenere assieme diritti e doveri, libertà e responsabilità. Delle classi dirigenti innanzitutto, ma anche dei cittadini.
Perché vi racconto tutto questo? Perché se tra una settimana avremo creato le condizioni per voltare pagina, assieme alle cose da fare subito - più lavoro, più investimenti, più tutela dei redditi bassi – non dobbiamo perdere di vista quelle che vanno avviate da subito e che però hanno bisogno di tempo, e fatica, e pazienza, e continuità, e coerenza, per farsi davvero, perché riguardano la cultura, l'approccio, il metodo, insomma la testa, le mani e il cuore delle persone. Etica del lavoro, rispetto delle regole, qualità della scuola, della formazione e della ricerca, valorizzazione delle diversità, senza queste cose qui il Paese soffre, non crea opportunità, in primo luogo per i più giovani, dunque non ha futuro. Cambiare non si può. Si deve. Perché in queste cose qui funziona come dice Yoda al giovane Luke in Guerre Stellari: “provare non esiste, esiste solo fare, o non fare”. Del resto se non ora, quando?
Di Vincenzo Moretti il 20/02/2013 alle 09:55 | Non ci sono commenti
05/02/2013
La regola di Spinoza
L'indice rileva la percezione, da parte di esperti ed opinion leader qualificati, della corruzione nel settore pubblico e nella politica in oltre 160 paesi nel mondo. A ciascuna nazione viene attribuito un voto che varia da 0 (massima corruzione) a 10 (assenza di corruzione).
L'Italia è al 72° posto (Germania 13, Giappone e Gran Bretagna 17, Usa 19, Francia 22, Spagna 30, le altre ve le vedete voi con calma) e a me il dato suggerisce almeno 3 cose:
1. Bisogna che il prossimo governo, sperando sia quello giusto, dia immediatamente il segno di una inversione di tendenza.
2. L'affaire legalità e rispetto delle regole non riguarda solo le classi dirigenti di questo paese ma anche noi cittadini; lo so che lo sappiamo già ma aiuta ripetercelo.
3. Berlusconi sa cosa dice e a chi parla quando sembra che stia farneticando con le sue proposte sui condoni e secondo me l'azione di contrasto può essere molto più efficace, ad esempio mettendo in campo idee e proposte che rendano chiaro perché il rispetto della legalità e delle regole non è solo giusto ma conviene (nel senso della utilitas di Spinoza).
Magari nei prossimi giorni provo a fare qualche esempio. Ma potete farlo anche voi, scrivendo la vostra opinione nei commenti. Buona partecipazione.
Di Vincenzo Moretti il 05/02/2013 alle 18:17 | Non ci sono commenti
24/01/2013
Il teatro del Rione Sanità
Come abbiamo raccontato da quelle parti Vincenzo si è diplomato come analista contabile all’istituto Caracciolo, ha frequentato una scuola di scenografia, si è diplomato come regista sceneggiatore, ha frequentato per due anni il laboratorio Zero de Conduite diretto da Prospero Bentivenga, ha lavorato con registi come Antonio Capuano e Paolo Sorrentino, lavora nel cinema e nel teatro come attore e regista e nel 1999 ha dato nuova vita alla Associazione Sott' 'O Ponte, ha messo su una compagnia teatrale con i ragazzi del Rione Sanità, sì, proprio quelli che amavano stare per strada senza fare nulla. Il primo lavoro diretto da Vincenzo è stato la rappresentazione teatrale della macchina del tempo, una rivisitazione delle varie epoche del quartiere, poi un nuovo stop fino al 2003 quando si è riformata la compagnia che nel 2005, su sollecitazione di padre Antonio Loffredo, è diventata associazione e ha chiesto e ottenuto in comodato d’uso gratuito la chiesa dell’Immacolata e San Vincenzo che era chiusa da quasi dieci anni ed è diventata la loro casa.
Perché vi racconto tutto questo? Perché qualche giorno mi è arrivata una mail di Vincenzo che mi diceva della nascita della nuova sala Teatro Sott' 'O Ponte, che consta di 120 posti a sedere, palco, luci, fonica, tecnici di sala, scene, maxi-schermo e videoproiettore, camerini attrezzati, spazio per allestimenti particolari, punto di ristoro, facilità di parcheggio e dunque si presta all’impiego per tanti, diversi tipi di esigenze.
Che vi devo dire, a me questo fatto che l'intrepido Pirozzi e i suoi compagni di passione e impegno, dopo essersi inventato il teatro come azione per salvare i ragazzi dalla strada, si sono inventati il teatro come luogo nel quale altre compagnie, associazioni, fondazioni, possono portare le proprie iniziative e le proprie esperienze è piaciuto un sacco. Sì, spero che siano davvero in tanti a mettere nei propri calendari una tappa al Teatro Sott 'O Ponte. Troveranno bella gente. Belle idee. E un quartiere che assieme ai problemi ha tanta voglia di farcela. Voi perciò fate come dice Vincenzo, se vi trovate a parlare con i vostri amici ditelo che cosa sta succedendo veramente al Rione Sanità. Continuate pure a parlare del brutto, che parlare aiuta a ricordare, a correggere, a cambiare. Però parlate anche del bello, perché alla Sanità di bellezza ce n’è davvero tanta.
Di Vincenzo Moretti il 24/01/2013 alle 14:07 | Non ci sono commenti



