29/07/2014

La cumana, il Mahatma e Shamal Batt

Debbo la scoperta del poeta guajarati Shamal Batt a Jacques Attali, che nel suo bel libro su Ghandi (Campo dei Fiori, Fazi editore) cita questi bellissimi versi:

Per un bicchiere d’acqua, offri un buon pasto,
Per un’accoglienza gentile, inchinati con zelo,
Ripaga un penny con dell’oro,
Rendi dieci volte i favori che ricevi.
I veri nobili sanno che tutti gli uomini sono una cosa sola
E amano ripagare il male col bene.

E’ accaduto nel primo pomeriggio di un sabato di un paio di settimane fa, alla stazione di Fuorigrotta della Cumana, mentre aspettavo il treno direzione Torregaveta. Ricordo che ho letto, mi sono fermato, ho riletto, non mi sono stupito di Ghandi che un giorno paragonerà questo testo al Discorso della Montagna di Gesù, sono riandato con il pensiero a qualche pagina prima, laddove  Attali scrive che “Per troppo tempo l’Occidente ha rifiutato a tutti questi popoli colonizzati, definiti primitivi o barbari, lo status di esseri umani. Oggi sono visti come una minaccia. In realtà sono delle promesse. Il loro destino mostra inoltre che se la lotta dei popoli per la libertà non si iscrive nel quadro di un’etica e di una metafisica, se la lotta per cambiare gli altri non comincia da una lotta quotidiana per cambiare se stessi, essa rischia di portare solo a un cambio di padrone”. 

E’ stato qui che è arrivato il treno. Ho chiuso il libro, sono salito, mi sono seduto e mi sono ritrovato in questo vagone pieno di carte, e di buste di patatine, e di bottigliette di plastica, che svolazzavano e rotolavano, a destra e a sinistra, avanti e indietro, a seconda del movimento della carrozza.
Ho sentito il fisico ribellarsi: crampi allo stomaco. La testa cedere: senso di impotenza, sfiducia, rabbia feroce, quella che potendo gli torceresti il collo a uno a uno a questi figli ingrati, incolti, indifferenti, masochisti, della tua bella Napoli. A seguire l’attivismo del calabrone: stasera mi porto scopa e paletta e la carrozza la pulisco da me; no, bisogna contattare gli amici di Cogito Ergo Sud e proporre una campagna per sensibilizzare i passeggeri a tenere puliti i treni; no, bisogna stampare dei volantini e distribuirli all’ingresso delle stazioni e sui treni. infine la domanda impossibile: ma riusciremo mai ad amarla davvero, dunque a cambiarla, questa città?

Sono arrivato. Mentre scendo mi vengono in soccorso Hans George Gadamer, la sua mirabile conferenza all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, le sue due parole chiave: pazienza e lavoro. Certo che non è facile, ma se la lotta per cambiare gli altri comincia dalla lotta per cambiare se stessi bisogna per forza cominciare dalle teste, dalla cultura, dall’approccio, e se non ci si mette tanta pazienza, e lavoro, non ce la si fa. O no? 


 

TAG cumana ghandi shamal batt gadamer jacques attali

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Di Vincenzo Moretti il 29/07/2014 alle 17:25 | Non ci sono commenti

01/07/2014

Storie di periferia, di dignità e di rispetto

Mi ero ripromesso di non parlarne.
Troppe cose che non stanno al loro posto, troppa retorica, troppi luoghi comuni, troppi ragionamenti “a prescindere”, troppo poco rispetto per un ragazzo morto e per la sua famiglia, troppe parole scritte sulla sabbia, che per questo il mare se le porta via. 
Ho cambiato idea perché il mio amico giornalista Gennaro Prisco ha scritto questo:
“Il funerale di Ciro Esposito si è sciolto nel suo autolavaggio, frutto del lavoro di un intera famiglia che fa le cose per bene. Ho ascoltato il racconto di una ragazza che lo vedeva uscire alle sette del mattino con il sorriso sulle labbra e tornare per il pranzo con addosso gli abiti da lavoro e poi ridiscendere per tornare al suo lavoro fino a sera. Lì dove, insieme a tanti altri cittadini di Scampia, sono andati a far lavare l'auto i poliziotti del commissariato, che qui, da qualche tempo, è un presidio dello Stato rispettato. Vivendo questi momenti ho pensato che questa è una storia da raccontare su le Vie del Lavoro, un’occasione per far diventare patrimonio della Nazione la narrazione del lavoro fatto con passione, quello che da dignità, rispetto e qualche volta rende felici.”
Perché anche il più noto giornalista Gad Lerner ha scritto un post, si intitola “Perché mi hanno fatto paura i funerali di Ciro Esposito”, e finisce con “A fine agosto si ricomincerà esattamente come prima. Il silenzioso Genny ‘a Carogna [..] continuerà a comandare su uno spazio vuoto che è poi lo spazio crescente della disperazione sociale e della miseria culturale.”
E a me è venuta voglia di dire due cose.
La prima è che il lavoro che da dignità, rispetto e qualche volta rende felici di cui parla Prisco è il principale antidoto alla disperazione sociale e alla miseria culturale di cui parla Lerner.
La seconda è che è venuta l’ora di vederla di più questa possibilità, di raccontarla, di sostenerla, di farla crescere.
Qualche settimana fa, al Rione Sanità, discutendo con alcuni studenti dell’Istituto Caracciolo, ho chiesto loro perché nelle serie televisive tipo Gomorra non si parla delle cose buone che succedono alla Sanità, a Scampia, al Rione Luzzatti.
La risposta? “Perché non fa audience”.
Posso dire che sono d’accordo? E aggiungere che è venuta l’ora di far diventare di moda le storie di lavoro, di dignità, di rispetto che si vivono ogni giorno da quelle parti?
Perché si, le storie di moda si imitano, definiscono nuovi miti e nuovi eroi, attivano buone pratiche, producono cambiamenti nelle teste delle persone e nella cultura dei territori.
Segnalo che cominciamo ad essere in tanti a pensarlo. E a farlo.

TAG rione luzzatti gennaro prisco gad lerner rione sanità scampia

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Di Vincenzo Moretti il 01/07/2014 alle 11:03 | Non ci sono commenti

16/06/2014

Letture ad Alta Voce

 No, lo giuro, non sono fissato. E' che sono proprio convinto che leggere nuoce gravemente all'ignoranza, e così ogni volta che posso ci ritorno su. 
Questa volta accade a Narni, in Piazza Cavour, il prossimo 29 giugno, a partire dalle 20.30.
 
Si chiama Letture ad Alta Voce e, come ci racconta Anna Laura Bobbi, una delle promotrici,  
"nasce a Narni nel 2009 su stimolo dell’associazione Librarsi e in adesione alle iniziative promosse dall’Associazione Nausika di Arezzo.
La nostra manifestazione, a differenza  di quelle dei circoli che si sono formati in tutta la penisola  ha mantenuto una caratteristica di spontaneità, nel senso che organizziamo annualmente le letture mantenendo stabili il periodo, il luogo di svolgimento e il tempo.
Il tema è solitamente libero e l’iniziativa è volutamente priva di strutturazione: legge chi vuole, suggerisce letture chi non vuol leggere, partecipa chi ama ascoltare e si è appassionato all'iniziativa. Noi garantiamo la predisposizione dello spazio, la promozione dell’evento e la nostra passione consapevole di lettori  convinti del valore autenticamente fondativo dell’amore per la lettura che aiuta a pensare, suscita emozioni, accompagna, spaesa e fa viaggiare, stimola il ricorda e permette alle radici di scavare in profondità e radicarsi nel nuovo e nel futuro. 
Ci accompagna la volontà di aderire anche noi ai circoli e darci una base organizzativa più metodica. Ci dobbiamo migliorare, e lo sappiamo. La fiducia e il sostegno di tanti amici ci permette di pensare al futuro di queste iniziative, autofinanziate e supportate da una base escluisivamente di volontariato e d cittadinanza attiva".

Cosa aggiungere ancora?
Che se siete di Narni o dei comuni limitrofici pote mettere da parte il vostro libro preferito e partecipare a questa bellissima iniziativa.

Che se state troppo lontani potete organizzarvi, non dico per fine Giugno ma per fine Luglio, Agosto e anche Settembre si, e organizzare anche nella vostra città un'iniaziativa di questo tipo.

Che se ancora non siete convinti leggete la pagina che promuove l'iniziativa, che al quel punto lì è quasi impossibile resistere:

LaAV è una rete di circoli che favoriscono la Lettura ad Alta Voce senza preclusioni di luoghi, tempi, spazi.
LaAV si serve anche di professionisti e organizza momenti di “spettacolo” ed “eventi” legati alla Lettura, ma è, soprattutto, una rete di volontari che aderiscono al motto: IO LEGGO PER GLI ALTRI
LaAV vuole diffondersi con la velocità e la forza di un’epidemia e coinvolgere più persone possibile che, in ogni luogo, ad ogni ora, leggano per gli altri, in modo organizzato, disorganizzato, estemporaneo, programmato etc…
Le idee alla base di LaAV sono:
la Lettura ad Alta Voce è una pratica di civiltà;
la Lettura ad Alta Voce favorisce l’ascolto e la relazione;
la Lettura ad Alta Voce fa crescere le persone;
la Lettura ad Alta Voce è un modo per sviluppare competenze in chi legge e in chi ascolta;
la Lettura ad Alta Voce è un modo semplice ed efficace di fare volontariato culturale;
la Lettura ad Alta Voce è un potente antidoto alla crisi economica e morale;
la Lettura ad Alta Voce è semplice e fruibile;
la Lettura ad Alta Voce si può diffondere facilmente;
la Lettura ad Alta Voce non conosce limiti di età né di ceto sociale;
la Lettura ad Alta Voce è gradevole;
la Lettura ad Alta Voce tesse legami;
la Lettura ad Alta Voce sviluppa l’immaginazione;
la Lettura ad Alta Voce migliora la salute fisica;
la Lettura ad Alta Voce fa bene ai bambini, ai giovani, agli adulti, agli anziani;
la Lettura ad Alta Voce non fa distinzioni di generi;
la Lettura ad Alta Voce è coinvolgente;
la Lettura ad Alta Voce è un servizio;
la Lettura ad Alta Voce è utile;
la Lettura ad Alta Voce favorisce lo sviluppo umano equilibrato.

Buona partecipazione.
 

 

TAG associazione librarsi associazione nausika letture ad alta voce anna laura bobbi

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Di Vincenzo Moretti il 16/06/2014 alle 18:05 | Ci sono 2 commenti

21/05/2014

@MarcoPolo. Letture multilingue partecipate

Va bene, lo confesso, le ho creduto sulla parola. Certo che poi ho letto, ho guardato i video e ascoltato gli audio, ma non l’ho fatto tanto per verificare quanto per placare la curiosità, l’eccitazione, la voglia di esserci. No, non mi sento in colpa, penso che voi avreste fatto come me se Maristella Tagliaferro, ideatrice del progetto @MarcoPolo, di cui cura la regia e la presentazione, vi avesse scritto “Vincenzo, credimi, è stato bellissimo il 6 febbraio ascoltare Calvino in iracheno, in capoverdiano, in serbo ...

Ciascuno di quei ragazzi ci ha messo l’anima, ci ha fatto vivere echi della sua cultura … E i dialetti poi! Pensa che per la lettura collettiva multilingue de Le avventure di Pinocchio, il libro italiano più tradotto nel mondo, ancora a Roma, alla Biblioteca Nazionale, si è scatenata la gara dei dialetti, con testi e audio arrivati da tutta l'Italia, dal Provenzale della Val d’Aosta alla lingua Greca di Calabria passando per saluzzese, veronese, salentino, catanese: 60 traduzioni in dieci giorni, con cinque versioni solo da Matera ... Il tutto mettendo insieme le competenze di nonne, padri, zie, figlie, nipoti che hanno collaborato riscoprendo legami sopiti con i vari rami della famiglia. E poi noi, la generazione tra i 40 e i 60 anni che mettendoci a scrivere nella lingua madre che ci era stata severamente vietata da piccoli abbiamo superato il tabù del dialetto e riscoperto ricordi ed emozioni per troppo tempo represse”.

Ecco, adesso che vi siete sentite/i come mi sono sentito io vi posso dire che:
il progetto @MarcoPolo è un viaggio per scrivere insieme nuove pagine di Cultura attraverso la lettura, il canto, il suono di testi diversi, sia letterari che musicali;
con @MarcoPolo ogni partecipante è un protagonista, anche se solo per un minuto, arriva preparato sul testo, ascolta con partecipazione gli altri, impara dal confronto cose nuove; 
le prossime tappe in calendario del @MarcoPolo Tour prevedono per il 21 giugno 2014, alle ore 18, @MarcoPolo_Roncade: solstizio con Calvino, nell’ambito del Festival dei luoghi e delle Emozioni (FLE), si leggerà da "Le città invisibili" nel Parco del Musestre, uno dei tre fiumi che attraversano la cittadina trevigiana, e per il 5 settembre 2014, alle ore 16, @MarcoPolo _Pinocchio all'Istituto Italiano di Cultura di Vienna, nell'ambito della Festa dei Dialetti organizzata dall'Associazione Pomarancia;
se avete voglia di organizzare anche voi una lettura collettiva multilingue e aperta a tutti del “classico” del vostro cuore potete contattare Maristella Tagliaferro inviando una mail a marcopolo.citta@gmail.com.
Ecco, per ora è tutto.
Buona lettura.

TAG calvino maristella tafliaferro @marcopolo letture multilingue pinocchio

ARCHIVIATO IN Rassegna Sindacale

Di Vincenzo Moretti il 21/05/2014 alle 10:50 | Non ci sono commenti

08/05/2014

Siate affamati, siate folli

La notizia campeggia da più giorni sulla prima pagina dell’edizione online di uno dei più importanti giornali italiani. Così:
“Bocconi, la lezione di Briatore: Nei miei locali ai ragazzi 5 mila euro di mance al mese”
Poco più sotto, alla voce “tema caldo”, la seconda parte. Questa:
Briatore 2: “Le start up? Fuffa. Aprite una pizzeria”.
Mancia invece di salario, o stipendio. Pizzeria invece di Start up.
Detto che mancia è una parola che non mi piace ma pizza invece si (per un napoletano sarebbe difficile il contrario) vi chiedo: ma perché alla Stanford University chiamavano Steve Jobs e alla Bocconi chiamano Briatore?
Le risposte potete postarle nei commenti, io intanto vi saluto con Viva l'Italia. 

Viva l’Italia che dà più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che le persone sanno, e sanno fare, e meno valore a ciò che hanno.
L’Italia che crede nel lavoro come identità, dignità, diritti, responsabilità, autonomia, futuro e dunque non lo considera soltanto un mezzo, una necessità, ma anche un fine, una possibilità.
L’Italia che chiede rispetto per il lavoro e per chi lavora, riconoscimento per chi merita, sostegno per chi innova, inclusione per chi si trova in una condizione di svantaggio non per propria colpa ma per gli esiti della lotteria sociale.

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Di Vincenzo Moretti il 08/05/2014 alle 15:58 | Ci sono 2 commenti

24/04/2014

Dialogo di un arbitro, di uno studente e di un tifoso

Bologna, stazione Alta Velocità. Il cambio treno all’ultimo momento mi “costringe” alla prima classe, che anche se adesso si chiama business sempre quella è.
Di fronte a me un atletico, distinto, simpatico signore sulla quarantina che tempo venti minuti e mi appioppa due calci. No, non ce l’ha con me, è che tu chiamala se vuoi prima classe o business se accavalli le gambe il calcio a quello di fronte è obbligatorio, soprattutto se quello di fronte è alto quasi 2 metri.

“Mi scusi”. “Di nulla”. Ci ritroviamo così a parlare di treni, di ritardi, di Giappone. Sì, lui è stato in Giappone, io pure, e naturalmente la circostanza aiuta a socializzare. Chiacchieriamo di lavoro ben fatto, dell’importanza di dare valore a ciò che le persone sanno e sanno fare, del bisogno di crescita culturale per un Paese che nello sport come nella vita sembra dare valore soltanto a chi vince. 
Penso di proporgli di guardare il video della bambina della scuola elementare di Ponticelli che intervista il papà e invece gli chiedo che lavoro fa. Mi risponde “Sono architetto, ma faccio l’arbitro di calcio”. “In che serie?” “La A”. Mi ci vuole il cognome per capire che è un internazionale.

Il ragazzo del posto di fianco con il libro aperto e le matite rossa e blu non aspetta oltre per interrogarlo su fotocellule (linea di porta e fuorigioco), moviola in campo, scarsa educazione sportiva degli italiani, io gli chiedo invece cosa studia. “Medicina, cerco di darci dentro, ma talvolta la voglia di studiare me la perdo”.

Sto per dirgli qualcosa, l’arbitro è più svelto di me, gli dice che la voglia di studiare può capitare di perderla, l’importante è non perdere la voglia di imparare.
Il ragazzo annuisce, dice che è d’accordo, aggiunge che non c’è rapporto tra quello che studia e quello che sarà il suo lavoro. Mi viene in mente F. che tra un po’ sarà ingegnere aeronautico e si lamenta che in teoria è in grado di far volare un aereo e in pratica non ne ha mai visto neppure un’ala.
Intanto la parola è tornata al pallone, alla solitudine dell’arbitro, alle pulsioni della folla. L’occasione è ghiotta, suggerisco “Masse e potere” di Elias Canetti, il ragazzo lo annota mentre l’arbitro gli chiede di dov’è.
“Di Castellammare - risponde”, e da lì finiamo a Sorrento, a Positano, ad Amalfi, allo studente che cita Goethe e all’arbitro che mi detta l’indirizzo mail prima di scendere.
Dopo i mondiali l’andremo a trovare per farci raccontare il suo lavoro. Magari mi sbaglio, ma penso che dopo sarete dei tifosi un po’ meno faziosi. A me è capitato proprio così.

TAG arbitro goethe canetti conoscenza

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Di Vincenzo Moretti il 24/04/2014 alle 12:24 | Non ci sono commenti

17/03/2014

I Like Bella Politica

Lo so che sono fuori moda, ma continuo a pensare che c’è bisogno di bella politica. Sì, proprio di lei, della politica fatta di passione, di responsabilità, di partecipazione, di lungimiranza, la politica che sa dare valore ai diritti, che combatte la dittatura della necessità, rende disponibili opportunità, allarga le strade della possibilità.

Adesso però non vi arrabbiate, non pensate che io sia cieco e sordo, che sia tornato adesso dal pianeta Papalla, dai tempi in cui avevano un senso Carosello e i Partiti. Lo so anch’io che con l’avvento di internet e dei social network si è affermato un nuovo paradigma, che sono cambiati i nostri modi di essere e di fare nella vita, nella società e dunque anche nella politica. E’ che in queste faccende continuo a pensarla come  Morpheus in Matrix, e cioè che “nella vita ci sono cose che cambiano e altre invece no”.  E tra quelle che non cambiano c’è secondo me il bisogno di donne e di uomini che hanno a cuore un interesse personale o collettivo, un ideale sociale, un progetto di società più felice o anche solo meno ingiusta, di pensare e agire, per variegate ragioni e motivazioni, con aspettative, tempi e impegno diversi, per vederli realizzati. Non è forse per questo che cerchiamo di rendere più forti e stabili le reti sociali di cui facciamo parte e ci impegniamo nei sindacati, nelle associazioni, nelle comunità, nei social network, ecc.? E perché mentre cerchiamo in mille modi di comunicare e di partecipare, nello spazio della politica sembriamo rassegnati all’idea dell’uomo solo al comando? Della politica come pratica del meno peggio o, di più, come “favore”? All’impossibilità di partecipare da attori alla costruzione del discorso pubblico? 

Dice “ma tu fai più domande del lettore operaio di Brecht, ma le risposte dove sono?”. Dico che Risposte non ne ho, solo qualche piccola idea e la voglia di confrontarle. Dice “ma così è troppo poco”. Può essere. Però quando i cambiamenti sono così grandi “ci sta” che ci voglia tempo e fatica per trovarle, le risposte giuste. Il problema è se rinunciamo a  cercarle. Se restiamo “chiusi dentro casa quando viene la sera”. Seduti belli comodi sul divano. Pensando di fare politica con il telecomando. 
Buona partecipazione.

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Di Vincenzo Moretti il 17/03/2014 alle 08:58 | Non ci sono commenti

21/02/2014

Mettete la scuola nei vostri cannoni

Questa storia qui non comincia con la luna sul posto come nella bella canzone di De André, comincia con l’Italia che dal 2007 ha un Piano Nazionale Scuola Digitale promosso dal Miur per sviluppare e potenziare l’innovazione didattica attraverso l’uso delle tecnologie informatiche. Tale piano è stato sottoposto a verifica dal Centre for Educational Research and Innovation (CERI) dell’OCSE e il rapporto realizzato da Francesco Avvisati, Sara Hennessy, Robert B. Kozma e Stéphan Vincent-Lancrinha è stato pubblicato nel 2013 con il titolo Review of the italian strategy for digital school. Nel loro rapporto i quattro ricercatori ci hanno tenuto a sottolineare che “il Piano è nato con una visione realistica e ambiziosa dell’innovazione, con un buon approccio e una buona progettazione: la tecnologia come mezzo per promuovere nuove pratiche didattiche, nuovi modelli di organizzazione scolastica, nuovi strumenti per migliorare la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento. 

Stando così le cose la domanda sorge spontanea: allora perché l’Italia in quanto a dotazione digitale è uno dei fanalini di coda nella classifica Ue, in ritardo persino rispetto a Bulgaria, Repubblica Ceca e Slovenia e davanti soltanto a Romania, Slovacchia e Turchia? 

La risposta non è difficile: le cose stanno così per la scarsità delle risorse impegnate. 30 milioni di euro anno per 4 anni, meno dello 0,1% della spesa pubblica per l’istruzione. Insomma senza soldi non solo non si cantano messe ma non si comprano neanche i computer e questo spiega perché c’è un computer ogni 15 studenti nella scuola primaria, uno ogni 11 nella secondaria, uno ogni 8 nella secondaria di secondo grado, perché il 14% delle scuole è dotata di strumenti informatici, il 21,6% delle aule hanno Lavagne Interattive Multimediali (LIM) e il 54% sono connesse in rete e perché con questo passo ci vogliono 15 anni per raggiungere paesi come la Gran Bretagna (80% delle classi attrezzate).

Perché vi racconto tutto questo? Perché in questi giorni nasce un nuovo governo e neanche la fitta nebbia che avvolge il futuro del Paese ci impedisce di spera che le cose possano migliorare e magari una “storia sbagliata” come questa diventa l’occasione per ripensarci su e investire nella scuola, che è un peccato avere approccio, metodologia, progetto giusto e non avere i soldi per fare le cose. Dice ma se i soldi non ci sono dove si trovano? Dove si trovano quelli con cui si comprano gli aerei da guerra. 

TAG scuola internet futuro

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Di Vincenzo Moretti il 21/02/2014 alle 10:57 | Non ci sono commenti

19/01/2014

Uno per tutti. Tutti al servizio di uno.

Se Dio è morto, Marx è morto, e neanche noi ci sentiamo troppo bene, perché dovrebbe essere una cattiva idea aspettare, sperare, che prima o poi arrivi Wolf, quello che risolve problemi? Che importa se nella vita reale il Wolf in questione si chiama Barak Obama piuttosto che Angela Merkel, Matteo Renzi invece che Silvio Berlusconi? C’è ancora qualcuno a cui importa che la grande corsa alla ricerca della figura carismatica, del risolutore, dell’uomo solo al comando, è in realtà una grande illusione? Che l’obbedienza cieca verso il leader maximo produrrà inesorabilmente un ulteriore impoverimento della politica e quindi della vita di ciascuno di noi? O la sola cosa che conta è che ci sia qualcuno al quale possiamo affidare il nostro destino mentre pensiamo ad altro?

Questa che avete appena letto è la fine dell'articolo, che ha un suo senso anche così. Alle/agli affezionati (al tema) che preferiscono leggere dall'inizio basta andare al rigo successivo. Grazie.

Nel mentre ci ritroviamo a fare i conti con la crisi delle ideologie, dello Stato nazionale, della famiglia, i destini del mondo sono in mano a uomini sempre più soli al comando che decidono, grazie al loro potere economico, finanziario, politico, militare, in tema di pace e di guerra, di sviluppo economico e sociale, di qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, del cibo che mangiamo.

La strada che porta ad una politica che viva non solo di alleanze ma di cose da fare, di rapporti consapevoli tra persone, associazioni, sindacati, partiti, istituzioni, e che rappresenti la sfera dell’esistenza autentica di ciascuno di noi, appare quanto mai impervia. Si fa fatica a ritrovare ragioni forti intorno alle quali incardinare il proprio bisogno di socialità e di partecipazione. “Si registra una diffusa insofferenza verso chi tende a problematizzare, chi non semplifica, chi osa dire o anche solo pensare che i problemi si risolvono, non si eliminano, e che le risposte sono spesso complesse, e quindi hanno bisogno di riflessione, di studio, di essere corrette per strada, di essere concertate tra i diversi attori sociali interessati”. Si rischia di perdere completamente di vista il fatto che le qualità di una democrazia sono definibili proprio a partire dalle differenze che in essa si confrontano e sono rappresentate.

In definitiva, nelle società moderne il leader carismatico, mediatico, idolatrato, sembra essere l’unica risorsa in campo, la sola risposta disponibile alla scarsità di elités e classi dirigenti, alla paura e all’incertezza con la quale ci ritroviamo a pensare il nostro futuro, alle difficoltà con le quali riusciamo a interpretarlo e a dare a esso un senso.

La società individualizzata è una società a scarso protagonismo sociale e più egoista, nella quale viviamo come assillati dalla necessità di soddisfare i bisogni più istantanei ed effimeri, come disorientati di fronte alla soggettività, come infastiditi dalla prospettiva di essere più responsabili verso noi stessi e gli altri.

Nella fase precedente, la solidità dei valori trasmessi attraverso le grandi agenzie della devozione politica e religiosa, e attraverso la famiglia, determinava effetti positivi sul terreno dell’identità, la risorsa per definizione correlata alla stabilità dei modi nei quali ciascuno si può riconoscere, con altri, nel tempo. Dirsi comunisti, democristiani, fascisti, di destra o di sinistra, significava dichiarare la propria adesione non solo a valori, idee, storie, regole, ma anche a nomi, parole, colori, modi di vestire, miti cinematografici e musicali, modelli di vita. E in quanto offriva la possibilità di condividere con altri determinati valori, il disporre di modelli di comportamento e di agenzie di identificazione collettiva stabili nel tempo determinava i presupposti affinché essi potessero essere contestati, esercizio particolarmente importante per le generazioni più giovani.

Con l’attuale fase della modernità ci scopriamo invece alle prese con un mondo che non sa ancora declinare un futuro duraturo, che anche quando finge di dimenticare non può sottrarsi alla furia devastante del terrore. Collassato il sistema di valori ai quali eravamo soliti riferirci ci ritroviamo a fare i conti con la necessità di mettere costantemente alla prova la nostra capacità di orientarci nel mondo con gli altri.

Abbiamo poco tempo e obiettivi difficili da definire, ancora più difficili da afferrare, svalutati se e quando riusciamo a raggiungerli. Si trasformano i modi con i quali vengono definiti interessi, bisogni, ideali, speranze. Lo stesso concetto di progresso fa fatica a mantenere una presa effettiva nel senso comune anche e proprio perché viene meno la capacità di concatenare i singoli eventi tra loro, la possibilità di interpretarli sulla base di un denominatore comune.

La crisi si fa sempre più profonda, investe i fini ai quali ci riferiamo, il senso che possiamo o riusciamo a dare alla nostra esistenza. A venir meno è il filo conduttore, il motivo di fondo. Ed ecco che non ci resta altro che la ricerca di forme di gratificazione incentrate sull’immediatezza, tanto nell’ambito della sfera affettiva quanto in quello del lavoro o dello svago.

Vista da questo versante, la stessa rottura del rapporto tra sfera pubblica e percorsi giovanili appare meno inspiegabile. Se la politica riesce a parlare solo ad una minoranza di giovani, è anche perché prevale la tendenza a considerarli adulti soltanto nel momento nel quale stanno per entrare in una cabina elettorale. Lo scarso livello di comunicazione è l’altra faccia dell’incapacità della politica di considerare i giovani in quanto soggetti effettivamente autonomi, con i loro miti e i loro linguaggi, con i loro specifici modi di essere protagonisti dei processi di trasformazione in atto.

Una società che non sa guardare ai più giovani così come essi sono e non come vorrebbe che fossero, che non sa riconoscere il carattere politico dei loro modi di essere, di stare insieme, di ideare e realizzare progetti e aspirazioni, che non sa dialogare con loro, che non sa ascoltarli, è una società che spreca risorse straordinarie, che rinuncia di fatto a una parte rilevante delle proprie opportunità.

Occorre essere molto netti su questo punto: l’aspetto decisivo della questione sta proprio nella capacità di ascolto, di riconoscere pari dignità ai modi di essere e di fare dei più giovani. Funziona così nelle cose della politica come in quelle della vita, come sanno tutti coloro che per suonare un pezzo dei Genesis o dei Pink Floyd con i propri figli, e fargliene apprezzare la bravura, hanno dovuto prima imparare interi album dei Queen, degli U2, dei Metallica, e scoprire così che è stata scritta e suonata ottima musica rock anche dopo i Genesis e i Pink Floyd.

Se questo è lo sfondo, la domanda diventa allora quella che ci porta a chiederci se sia ancora possibile contrastare l’idea di una inevitabile fine della politica, di un’ineluttabile approdo nei porti del plebiscitarismo, di un’inarrestabile processo di mutazione della democrazia in leaderismo, dei partiti in comitati elettorali.

Se insomma Dio è morto, Marx è morto, e neanche noi ci sentiamo troppo bene, perché dovrebbe essere una cattiva idea aspettare, sperare, che prima o poi arrivi Wolf, quello che risolve problemi? Che importa se nella vita reale il Wolf in questione si chiama Barak Obama piuttosto che Angela Merkel, Matteo Renzi invece che Silvio Berlusconi? C’è ancora qualcuno a cui importa che la grande corsa alla ricerca della figura carismatica, dell’uomo risolutore, dell’uomo solo al comando, è in realtà una grande illusione? Che l’obbedienza cieca verso il leader maximo produrrà inesorabilmente un ulteriore impoverimento della politica e quindi della vita di ciascuno di noi? O la sola cosa che conta è che ci sia qualcuno al quale mentre pensiamo ad altro possiamo affidare il nostro destino?

P.S.
Le citazioni sparse qua e là sono di e da Hanna Arendt, Woody Allen, Nando Santoro e Pulp Fiction

TAG partecipazione berlusconi politica renzi leader

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Di Vincenzo Moretti il 19/01/2014 alle 21:58 | Non ci sono commenti

13/01/2014

Più libri nelle nostre case. Più cultura nelle nostre vite.

Metti una sera sui social network due diversi post che attirano la tua attenzione.

Il primo è dell’Istat, e nella sostanza dice che “nel 2013 oltre 24 milioni di persone di 6 anni e più dichiarano di aver letto, nei 12 mesi precedenti l'intervista, almeno un libro per motivi non strettamente scolastici o professionali”. Che rispetto al 2012, la percentuale di tali lettori è scesa dal 46% al 43%. Che le donne che hanno letto almeno un libro nel corso dell’anno sono il 49,3% e gli uomini il 36,4%. Che l’età in cui si legge di più è quella compresa tra gli 11 e i 14 anni (57,2%). Che quando entrambi i genitori sono lettori il 75% dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni leggono libri, mentre quando invece no la percentuale crolla al 35,4%. Che nel Nord i lettori sono il 50,7% del totale mentre nel Sud e nelle Isole sono il 30,7%.  

Il secondo riprende alcuni dati dell’Ocse e segnala che quasi la metà degli italiani che hanno un’età compresa tra i 16 e i 65 anni sono affetti da analfabetismo funzionale, in pratica non posseggono o non sono in grado di utilizzare in misura sufficiente le competenze (capacità di lettura e di scrittura, capacità di calcolo, capacità di problem solving) che sono necessarie per comprendere, utilizzare e collocare in un contesto più largo le informazioni. 

Detto che di fronte a storie così uno si scoraggia, se è meridionale di più, se è campano di più di più (sul sito dell'Istat vi rendete conto meglio perché), aggiungo che per fortuna uno non rimane scoraggiato e basta, si chiede perché, se può fare qualcosa per invertire la tendenza, fa insomma le cose che è abituato a fare in situazioni del genere. Io, come tanti della mia generazione, sono stato abituato così dalla famiglia, dai bravi maestri che ho incrociato nella mia vita e dal partito, sì proprio lui, il partito, quella cosa che a parlarne oggi fa venire più disturbi di un televisore rotto ai tempi del tubo catodico. 

E invece sì, i grandi partiti a insediamento sociale sono stati generatori di beni di lealtà e di identità, di sogni, programmi e conquiste, e hanno permesso ai propri militanti di condividere con altri ciò che era importante non solo nella politica ma anche nella vita. 

Va bene, ora i partiti così non ci sono più, ma questo non vuol dire che dobbiamo starcene chiusi in casa quando viene la sera o che ci dobbiamo affidare all’uomo solo al comando. C’è un’altra possibilità, partecipare, e contribuire alla ricostruzione di luoghi, fisici e digitali, nei quali in quanto persone titolari di diritti autonomamente giudichiamo e adottiamo criteri per valutare aspetti della vita collettiva. Internet, i social network, i nuovi media digitali ci possono aiutare a leggere di più, ad abbattere l’analfabetismo funzionale, a discutere meglio, in maniera più approfondita, disponendo di più informazioni. Lo possiamo fare qui. Partecipando alla Campagna Nazionale per la Lettura 2014 che abbiamo lanciato su Facebook. Proponendo nuove idee e iniziative. Buona partecipazione.

 

TAG ocse partecipazione libri istat analfabetismo funzionale

ARCHIVIATO IN ilMeseRS Storie di ordinaria partecipazione

Di Vincenzo Moretti il 13/01/2014 alle 17:28 | Non ci sono commenti

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